la Critica

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LA PITTURA DI ANTONIO VANGELLI TRA GIOVINEZZA PERENNE E RICERCA DELL'ALTROVE

La pittura di Antonio Vangelli, recentemente scomparso dopo una lunga e operosa fedeltà all'arte durata molto oltre il mezzo secolo di attività, mi è sempre parsa toccata da questo particolare stato di grazia: una perenne ricerca dell'accordo visivo e musicale tra segno e colore, tra note squillanti e più riposanti tratti pacati, tra fremiti nervosi del gesto pittorico e grandi campiture quiete e serene. La pittura di questo maestro è passata attraverso numerosi cicli (su alcuni dei quali tornerò più avanti), come quello dei Ponti o dei Personaggi del Circo o delle Atomiche, ma credo non si vada lontano dal vero se si afferma che l'artista ha dipinto nel suo lungo cammino di pittore sempre lo stesso quadro, o per meglio dire, ha attinto costantemente da un'unica grande fonte di ispirazione che non ha mai voluto tradire, agevolmente identificabile con la libertà del proprio spirito e del proprio immaginario. Ma proprio in questa apparente autoreferenzialità c'è tutto il segreto del grande valore, umano oltreché artistico, di un pittore di razza come Antonio Vangelli: bastava dialogare con lui, mai ritroso e sempre disponibile a confrontarsi anche con chi era o si dichiarava lontano dal suo mondo, per riuscire a cogliere il senso profondo di un'alta lezione etica ed estetica, mai formulata in modo cattedratico e professorale. Una lezione tutta centrata sull'idea di donare a se stesso e agli altri, attraverso la pittura, il prezioso tesoro di osservare il frammento che ci è vicino per essere capaci di guardare lontano, di evocare orizzonti incommensurabili che esistono anche se facciamo fatica a percepirli, di conservare lo stupore dello sguardo infantile anche se siamo consumati dagli anni, di sentirci, in una parola, parte di un universo di cui non siamo altro che un'infinitesima e forse insignificante porzione, ma del quale, nondimeno, non possiamo che cantare meravigliate e appassionate lodi.
Questo essere alieno dalle contingenze spicciole, probabilmente pagato da Vangelli in termini di carrierismo (si badi, non di carriera, giacché questa sarà valutata ben al di là dei nostri orizzonti immediati e con metri ben diversi da quelli, troppo spesso solo esteriori, dell'odierno star system), segnalano con intensa efficacia, nella parabola creativa di questo artista, il desiderio realizzato di tenersi lontano dalle effimere mode del momento; seguire la propria stella polare, non per umorale supponenza, ma per un un'innata propensione a trovare una nativa consonanza con l'orizzonte della propria esistenza, quella città amatissima in cui aveva visto la luce: romano trasteverino, quant'altri mai, ma capace come pochi, grazie all'esercizio pressoché quotidiano della sua pittura, di trascendere l'abituale scenario della propria vita per evocare quell'altrove cui si alludeva all'inizio di queste note.
C'è un dettaglio rivelatore, ricordato da Antonio Vangeli! in un'intervista di qualche anno fa rilasciata a Fabiola Giancotti, in cui l'artista ricorda l'unico suo vero maestro, il padre Emidio, anch'egli pittore: con delicata e disarmante leggerezza, in questo brano che fra poche righe citerà integralmente. Vangeli! sottolinea bene come fin dalla giovinezza gli fosse chiaro, grazie alla guida paterna, che l'atto del dipingere non consistesse nella riproduzione del vero, ma in qualcosa d'altro, capace di inverare il reale in una suprema dimensione immaginativa. Ma Antonio Vangelli era anche il pittore dei Ponti, in cui, forse ancora meglio che in altre serie, si respira l'ammirevole capacità dell'artista di trascorrere indifferentemente tra figurativo e astratto, secondo una direttrice che in modi assolutamente naturali lo porterà ad immaginare composizioni e paesaggi dove - volutamente - il pittore non vuole indirizzarsi alla concretezza di un oggetto o di uno scenario riconoscibile, ma cerca piuttosto l'accordo luminoso, la combinazione fra entità cromatiche, in quella suprema dimensione spirituale capace di librarsi libera e leggera verso le vette più alte della sensibilità. Ed è forse per questa particolare ragione che non pare immotivato, al di là dell'evidente iperbole, evocare, a proposito dei quadri di Antonio Vangelli, quella stessa giovinezza perenne che Plutarco, in un celeberrimo passo, volle attribuire ai capolavori ateniesi di Fidia: l'arte di ogni tempo, lo si diceva all'inizio, quando è autenticamente ispirata e sa giungere davvero all'equilibrio e all'armonia, resta il migliore antidoto alla nostra ineluttabile fragilità di esseri mortali.

Perugia, ottobre 2007