la Critica

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NEL RITMO DEGLI AZZURRI SPAZIATI...

…Deciso, il taglio degli azzurri scandisce lo spazio aprendosi all'arcata della campitura, in un gioco di rimandi che contrasta la luminosità del cielo, accelera i toni chiari, si apre a prospettive multiple. A questa realtà niente affatto cosmica o panica, dove tutto sembra convergere sull'improvviso e sullo spontaneo, occorre richiamarsi nel momento in cui si vorrà leggere senza pregiudizi l'opera di questo pittore. Perché è proprio all'interno di un tale percorso, nell'ambito di una ricerca che è tanto più meditata quanto più appare improvvisata, che va collocato il mondo figurale di Vangelli. Insistendo sui valori della tabulazione e del racconto, Vangelli infatti persegue relazioni d'oggetto che formulate sull'ipotesi colore-materia-immagine, guardano con una singolare metrica speculare ad una realtà vista all'insegna di un positivismo bramoso di vita e, come tale, pronto a concedere a questo nostro quotidiano la sua porzione di fiducia. Non v'è compiacimento in questi lavori. Nell''eccitarsi della partitura tenuta sui registri alti, nella liquidità di questa insistenza cromatica che scrive la sua storia come arabeschi lanciati nel cielo, la teatralizzazione del possibile vive l'impulso delle accelerazioni mentali, con una precisa nozione del suo stare che non disdegna l'azzardo dell'artificio. Vi è un altro aspetto, poi, riconducibile ad una tale temperie. Ed è quello della sagoma distinta dentro i recinti del segno, in un percorso di allusioni che l'insistenza grafica trascrive in congegni iconografici destinati verso lo specifico del pensare e volere pittura, senza mai porsi problemi portati a celebrare il puro gesto noetico. Pittore di razza, Vangelli dunque insegue una meditata dimensione speculativa e dialettica a suo modo calda e lirica, nella quale l'insorgere dell'azzardo determina un clima che non perde il filo dell'ironia, facendo emergere persino il gusto di un paradosso tutto vangelliano. In una tale ottica, sarebbe assurdo pretendere da Vangelli una sistematica monologica che egli non vuole praticare, cosi come non vuole affrontare una metodica strutturale di estrazione scientifico-tecnologica. Egli preferisce la linea che si fa linguaggio, il colore che si fa sapore di vita, il segno che si fa scrittura posandosi su un ideale pentagramma ad animare un magico balletto dalla policromia scintillante che nel ritmo, nel senso di partecipazione risolve il suo problema di spazio e di tempo. Senza contare che per una puntuale riflessione sulla sua opera sarà necessario anche richiamarsi ad una condizione di globalità. Quella globalità che via via ha visto l'artista passare dall'antico movimento sinuoso-geometrico ai paesaggi arsi dal sole che hanno animato la stagione degli anni Cinquanta, e poi agli acrobati, ai pagliacci, alle virgolature degli ultimi paesaggi che esplodono quasi con la dinamica del caleidoscopio. E in sordina, l'artista dà la sua lezione e dimostra di conoscere bene il discorso che vuoi fare. Certo, la scuola romana (nella sua generica accezione), i rantoli barocchi, sono componenti del suo linguaggio. Cosi come c'è anche l’Ecole de Paris, in qualche modo Picasso, Matisse indubbiamente. Su tutto però il collante di quella vivacità del colore cui accenna Emilio Villa quando scrive: “colore come collisione, e collusione, tra animo e simbolo, tra segnale e proiezione; là dove si immergono ed emergono, in vibrata atticità, minuscoli plessi caotici di colorami di sale, sgargianti e scroscianti, o corone lampanti di glicini o di uvature ....”. Superati i grandi blocchi che tenevano divise le arti figurative, l'esperienza di Vangelli dunque rivela i nessi nascosti. La gioiosa astrazione non esita a salvarsi dal mare indistinto che cancella ogni confine e ogni identità. E rinnova quel processo che l'immaginazione — come scrive Bellonzi — «elabora fino a renderne talvolta improbabile il sicuro riferimento originario». Sicché non meraviglia il fatto che l'artista insegua anche un suo personale percorso di angoscia ma con il pudore della memoria, anche quando il tragico incombe o è appena trascorso: quasi a rincorrere il proustiano desiderio di ricreare il mondo perduto. (...) (...) Aristocraticamente alieno dallo snobismo della rarefazione, il suo linguaggio alterna la favola alla realtà, nel susseguirsi di immagini dove l'istinto si pone di fronte all'etica e la poeticità genuina di fronte alla fredda razionalità. Donde le pagine'più incisive. Quadri cioè come «Autostrada» in cui il gioco delle interferenze tra le linee sinuose si addensa nel ritmo degli azzurri spaziati, o «Segni nel paesaggio» siglato dall'incupirsi delle masse contrapposte all'iterazione grafica, o ancora «Composizione di strutture» che registra su un ideale spartito una sinfonia orchestrata su note brevi ma incalzanti. Il che si proietta in quegli spazi compositivi di raccordo che sollecitano la curiosità dell'artista facendo includere nel suo breviario visivo anche le incursioni nei magici veleni di un Oriente misterioso. Attraversata da suggestioni attente alla stagione liberty, ad una secessione di cui coniuga le varianti con contaminazioni tonali, la preziosità esotica si tradurrà allora nella delicatezza dei ranciati portata ad evidenza nel suo «Giardino indiano» e si ammanterà di sentimenti perturbanti nel blu cupo del suo «Giardino cinese». Si tratta insomma di una pittura raffinata che sa raggiungere vette intricanti nei chiaroscuri e tramare una gioiosità essenziale e luminosa, sì da costruire un racconto per immagini che proprio perché non minuzioso crea brandelli di poesia che volano e ritornano come i desideri.