la Critica

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ANTONIO VANGELLI AL VITTORIANO

"Se vedete un albero blu, dipingetelo di blu" affermava Paul Gauguin, rivolgendosi al giovane Paul Serusier e agli amici del gruppo di Pont-Aven. Ciò per ribadire la necessità di filtrare l'elemento naturale attraverso un sentire intcriore, eliminare quella tensione verso una resa naturalistica del reale, che aveva costituito la sfida prima della pittura impressionista. E ciò in armonia con il pensiero baudelairiano, che rivendica all'artista i diritti dell'immaginazione.
A tali lontani ascendenti può connettersi l'operare di Antonio Vangelli, acuto indagatore di universi inferiori, spirito attento a cogliere il respiro profondo della natura, attraverso segni che ne rappresentano una estensione fantastica.
L'artista afferra l'aspetto fenomenico, ma avverte la necessità di una sua autonoma interpretazione, secondo una soggettività di visione, registrandone acutamente, amorosamente anche il più segreto germinare.
Talora il suo segno sembra evocare il grande precedente di van Gogh, ma se l'artista olandese ci commuove fin nelle più intime fibre per l'aspirazione, mai realizzata, di cancellare la desolazione che oscura costantemente il suo animo, Vangelli è animato dalla volontà di evidenziare l'aspetto positivo, vitale del suo mondo.
Ci soccorre l'esempio di un acquerello di van Gogh, della collezione Pérez Simòn, Gli oleandri rosa (1889), ora esposto a Palazzo Ruspoli a Roma, per stabilire un paragone diretto con una Composizione-Paesaggio di Vangelli degli anni 1980.
Il drammatico vortice, creato dagli scuri frammenti delle linee vangoghiane, è sostituito da segni tesi a rendere il brusio di una natura in levare, che allontana il buio dell'angoscia e, pure nella apparente magmaticità della tessitura, è capace di individuare un suo ordine. Vi appare un'eco del sorriso matissiano, attento a rendere la positività del creato, attraverso un gesto che ne colga la solarità.
Sedotto dall'opulenza della materia cromatica, Vangeli! ne evoca l'incandescenza con intensità di matrice fauve, (pensiamo ai Punch a Londra dei primi anni 1980), ma un naturale equilibrio lo allontana da ogni radicalità.
Quando si volge a temi estremi e drammatici come la bomba atomica, trasforma la tragedia in ipotesi di un nuovo universo, la assume - come ha affermato Marcello Venturoli - "dentro un mondo di paradiso, dove la festa non sarebbe interrotta neppure nel giorno del Giudizio". Così il fungo minaccioso diventa un grande albero, memore dell'esperienza bretone di Gino Rossi, piantato dall’"artista nel giardino della Speranza.
Ama il circo, ne allinea i personaggi felliniani come evanescenti fantasmi e al contempo evoca la Parade seuratiana, o schizza cavallerizze nel cerchio dell'arena, ricordando Cirque nel tracciato di una pista deserta. Fino ad approdare a una sorta di sintetico glossario, che coglie mille modi e atteggiamenti di cavallerizze, clown, animali.
Amiamo ritrovare tanti sottili ascendenti in un universo che, pure permeato di consapevolezza dei percorsi storici, inclusi quelli proto-novecenteschi - dalle linee forza del futurismo alle volumetrie del cubismo- non trascura le esperienze più significative del secondo dopoguerra.
Un percorso che nasce nell’"adesione a climi della Scuola Romana secondo una vibrante sensibilità cromatica e un' elegiaca interpretazione della natura e della realtà. Poi, attraverso una evoluzione lenta e tenace, l'artista individua un suo peculiare linguaggio, opera un' attenta semplificazione del segno, senza mai perdere la comunicazione con il reale. Una sorta di diario della sensibilità e dell'esperienza, reso in un linguaggio lontano da ogni formalismo, in sintonia con le motivazioni più profonde dell'esistere.
Traduce il paesaggio in un'insieme libero e allusivo, memore da un lato di grazie Liberty e Deco, dall'altro vicino a esperienze espressioniste, per il vigore del segno e l'incandescenza della materia.
Le curve astratto-geometriche dei ponti, le architetture industriali, i tralicci delle ferrovie dilagano sulla tela, il mare si distende in sontuosi arabeschi, presto sostituiti da forti linee verticali, che definiscono limiti, tessono labirintiche ascese, contrappongono immaginarie tensioni in un contesto incandescente.
Talora trionfa il puro colore, steso a macchie asimmetriche, che raccontano, in un tessuto innervato da rari segni, il mutare delle stagioni, colgono i sussulti di un paesaggio innevato, il germinare della crosta terrestre. Con una energia ricca di stupore, dotata di imprevedibile musicalità, amante del frammento e insieme tesa a raggiungere una compiutezza in levare.
Allora segno e colore si equilibrano, danno luogo a composizioni fluide e felici, dove la ricchezza di suggestioni appaga un sentire quasi cosmico.
Descritto come individuo corpulento e flemmatico, Vangeli! rivela un'anima dotata insieme di candore e sapienza, trepida-zione e malinconia, capace di raggiungere risultati significativi mescolando dolcezza e ardore, convinzione e umanità. Appartato, orgoglioso, fuori del convulso agone dell'arte, consapevole, come ha rilevato Fortunato Bellonzi, che " per entrare nella storia non bastano la presunzione ne il rumore mondano", ripropone oggi I' esempio di una personalità indipendente, dotata di chiarezza ideale e concentrazione poetica, oltre che di felice pienezza creativa.

Roma, ottobre 2007