la Critica

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QUEI SUOI «CLOWNS» ASTUTI E MESTI

«Gli uomini torneranno ad essere più buoni quando si saranno convinti che la loro più autentica essenza è la luce». Era la prima volta che parlavo con Antonio Vangelli. Ci aveva presentati poco prima Femando Porfiri che, come un ragnetto astuto, entrava ed usciva dalla sua «Capannina» per sorvegliare il nostro colloquio accanto ad un tavolo dell'alloro «Osteria degli Artisti» (ora scomparsa) tra il vicolo d'Alibert e la via Margutta. Ed il nuovo conoscente doveva essere così convincente che dopo qualche tempo — ricordo — cominciai ad immaginare anche me — certo non ancora angelo del tutto, ma — già uomo senza più materia, ne peso e solo formato di luce: come una specie di grossa lucciola della quale il lume ci nasconde il corpo.
E di quel colloquio mi toma il ricordo sempre che incontro la pittura (riconoscibilissima) di Antonio Vangelli: una festa di colori in una gloria di luce. Una luce materica che — più che impregnare la tela — pare esserne divenuta la sostanza: come sostanza pare la luce di cui brillano nelle indolenti albasie meridiane talune spiagge di Calabria o di Sicilia; la luce di cui abbrividiscono in talune ore paniche i patii o le corrusche arene di Spagna.
Perché Antonio Vangelli pare uno spagnolo. E non tanto perché ha l'aspetto fisico d'un Grande quale l'avrebbe dipinto Goja o Velasquez, ma perché della Spagna ha l'anima ardente ed ingenua, riflessiva ed entusiasta; l'animo del cavaliere: di Chisciano Alonzo e di Ignazio di Loyola; non solo, ma anche l'animo del filosofo e del poeta: di De Onamuno e di Garcia Lorca. Sarei tentato anzi di dire che Antonio Vangelli è il Ramon Gomez de La Sema della nostra pittura. Tale è tra i due l'affinità elettiva di stile e di pensiero da far dubitare che ogni quadro di Antonio sia la traduzione di qualche pagina di quello scrittore.
Le sue flessuose e vibratili figure femminee che, come le falene, sembrano non aver corpo, ad osservarle attentamente si riveleranno pregne della morbida e conturbante femminilità delle donne ramoniane i cui «seni piegati come rotondi lumi giapponesi; bastò accenderli per farli diventare globi di luce».
Quei suoi armoniosi e vezzosi cavallini, sorpresi più spesso nella rallegrata, sembrano sfuggiti dalle descrizioni del «Circo» al punto che nessun di noi saprebbe coglierne e renderne più efficacemente il brio: «pieni di civetteria, sembrano coperti di un mantello finto: i loro zoccoli sono lucidati da un lustrascarpe; le loro code sono capellature di donne che facciano la «reclamo» ad uno specifico per capelli; i loro colli pare che soffrano di un torcicollo acuto e doloroso: nitriranno di gioia quando lasceran loro libero quel collo contorto come gancio! Ai cavalli da circo non manca che gettar baci ed esser profumati».
Quei suoi «clowns» astuti e mesti: assorti nella vasta campitura della tela come nell'ampia distesa del circo con i cestiti fatti di stagnola da cioccolatini, con stelle da presepio e tele giapponesi» sembrano appunto i «panettieri infarinati che preparano il pane del riso per tutti» eccetto che per sé. Ed infine quei ghirigori d'azzurro, di verde, di rosso o d'oro: quelle interminabili linee continue che sembrano arbitrarie tanto sono a volta a volta più spesse o più rade — come in soffice matassa i fili di seta sottile — dalle quali, ad affissarle attentamente, emergono le sagome delle immagini, sembrano l'autentica trasposizione figurativa delle «greguerias» — tra l'aforisma ed il paradosso — che riempiono le pagine dello scrittore spagnolo. Perché nel segno di Vangelli è quel eh'è nella «gregueria» di Ramon «l'audacia di definire ciò che non può essere definito; il catturare ciò eh'è fugace». Ad osservare anzi la destrezza con la quale Antonio Vangelli si muove tra il raziocinante e l'irrazionale; ad osservarne la disinvoltura e, più, la naturalezza, mi viene in mente del «Circo» ramoniano appunto l'immagine dell'equilibrista che «lavora in un circo all'aria aperta attaccandosi e dondolandosi sui corni della luna».