la Critica

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LA LUCIDA ANARCHIA DI VANGELLI

I ponti, sul Tevere, i personaggi del circo, i «ritmi di figure in paesaggio», i misteriosi arabescati ectoplasmi che lievitano dalla tela esaltando la crudeltà di uno spazio popolato, di presenze impalpabili. Un'aggressività compendiaria che rovescia tutti i canoni della comunicazione visiva: è questo il mondo di Antonio Vangelli, uno dei più geniali anticonformisti, quale ci appare nella grande mostra antologica allestita alla «Gradiva». Non potevamo certo, sorprenderci, ma Vangelli risulta in definitiva sempre nuovo, provocatore di pulsioni'di diversa natura, che non trovano riscontro sull'orizzonte artistico del nostro tempo. È un «irregolare» ostinato non per una condizione spirituale «di ritorno», come avviene ai neo primitivi, ad esempio ai Rousseau o ai Peyronnet o ai Breveglieri, ma per eccesso di istinto e di cultura. Certo, una mostra di Vangelli lascia senza fiato: elegantissima e tuttavia spietata, riferibile per qualche aspetto al decorativismo e alle trasposizioni immaginarie dei Nabis e al simbolismo fiorito del Jugendstil, questa pittura è in fondo cosi ricca di cose e di sensazioni da suscitare un turbamento positivo, una emozione che dura. Ci troviamo a tu per tu con una anarchia carismatica, non più affidata alla iperbole demolitoria, ad un satanismo che può finire col diventare di maniera, ma sorretta lucidamente dalla intelligenza. Pronta, ovviamente, ad abbattere tutti gli idola di baconiana memoria che si sono frapposti a conculcare la individualità dell'artista, un bene insopprimibile che tuttavia, per poco che si allenti la disciplina di scorta, è sopraffatto a tempo indeterminato dalle sedimentazioni della cosiddetta civiltà. Dunque, Antonio Vangelli sembra giocare a rimpiattino, fra piume, lustrini e spettri figurali, fra arcate sul Tevere e fraseggi di contrappunto, con la propria porzione di verità: convinto che l'assoluto è irraggiungibile, punta sulla libertà dell'artista, che è dono totale ed incondizionato. Avrebbe dato ragione a Lessing, quando nel suo «romantico» ed esaltante illuminismo rifiutava la verità di Dio, bella e fatta, ed accettava quella travagliata ed incompleta dell'uomo, la strada della ricerca e della inquietudine. Ora, dipinge un Ponte geometrico in scena col circo, del '62 con le silhouttes bianche, rosse, bleu e le allusioni floreali contro il verde intenso del fiume, o un Ponte ferroviario, dell'85, con la locomotiva ansimante, o una Passeggiata nel bosco o una Fuga degli ultimi anni, per non dire delle numerose varianti delle Fantasie dal circo, si sente che il gioco di Vangelli è, per dirla col Pascoli, «serio al pari di un lavoro»; un gioco che scatena ellissi e contraddizioni, tutte le brucianti lacerazioni che si trovano sulla pista dell'uomo totale. Ogni opera, con la mediazione di un colore e di una forma improbabili, sembra sostituirsi per l'artista alla lanterna di Diogene: esplora senza misericordia i deserti dell'uomo. Persino laddove più decisamente astratto e liberatorio è l'impegno, in un sottilissimo filtraggio di gamma, come in Spazio colore, in Fantasia o in Visione, l'itinerario illusorio dell'edonismo compositivo fa da copertura del tutto provvisoria alle antinomie insanabili che aggrediscono lo spirito fra cronaca e mistero, fra quotidiano e permanente. Vangelli è artista rivoluzionario, ma non rinuncia alle categorie intellettuali; e qui non voglio riferirmi alla consuetudine di un sillogizzare per paradigmi mentali, ma piuttosto a quel lucido fervore della intelligenza che tanto più potenzia il proprio scavo gnoseologico quanto più è illuminata e vivificata dalle ragioni del cuore. Dicevo prima che Vangelli non aspira all'assoluto perché non riconosce all'uomo tale energia. Ma la sua arte, così aristocraticamente ambigua, è misura emblematica proprio di questa insoddisfazione: il cavallo che s'impenna, il clown, i segnali molteplici di un microcrosmo tattile che dovrebbe bastare alla nostra terrestrità, sono, a saper leggere bene in questa musica inconsueta (unitaria e mirabilmente dissonante, fanfara ed oratorio ad un tempo), nient'altro che rifugio-mascherature. So di fare un torto a quanti si appagano degli splendori di superficie, ma il torto, il più grande dei torti lo faremmo anzitutto ad un pittore della levatura di Vangelli se non si scorgesse nel suo incantato intrico gestuale un oltre che appartiene ai confini dello spinto. Senza dubbio è già tanto che egli piaccia nelle sue ebbrezze fenomeniche. nei sussulti della vicenda cromatica, nel modo di scombinare con gusto pungente l'assuefazione del naturalismo ripetitivo; ma assai più importante è che si avverta il senso ultimo della sua operazione creativa, un approdo salvifico da contrapporre alla miseria del mondo.
Lo ha chiarito, presentando Vangelli con la sua abituale perspicuità di cultura e di dettato linguistico, Fortunato Bellonzi. E sono contento, per quel che mi riguarda, di aver tentato da tempo una lettura dell'opera vangelliana non vincolata ai pure accidenti formali.