la Critica

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QUEL SIGNORE CHE ERA VANGELLI

Un artista come Antonio Vangeli! non si fa dimenticare, ne come persona, ne come pittore.
Lo conobbi nella sua maturità in occasione delle numerose mostre che la Gallerìa II Gianicolo di Perugia gli organizzò a partire dal lontano 1976.
Era uno spirito bonario, appariva ingenuo e scanzonato; in realtà era sempre distratto dai suoi sogni d'artista, anche ad occhi aperti. Più che altro, era un maestro di ironia. Vangeli! è stato soprattutto un gran signore. In tanti lo ricordano per l'affabilità e le buone maniere con le quali si presentava e rappresentava la sua pittura anche a quel pubblico perugino col quale aveva molte frequentazioni perché spesso soggiornava dai Fulli, dei quali era diventato da molti lustri un familiare aggregato. Era dotato di un talento naturale per il senso del colore e la capacità di sintesi descrittiva. Del resto, l'arte era una cosa che si coltivava da tempo in famiglia, ma le sue scelte estetiche e i suoi percorsi sono stati sempre molto autonomi. In questo senso, opportunamente, la critica ha definito un "caso" l'esperienza di Vangelli. Il volontario isolamento non lo estraniò certo da quanto si muoveva a Roma agli esordi del suo lavoro, tant'è che non si può non rilevare una primitiva sintonia con la Scuola di Via Cavour di Mafai e Scipione. Il che gli consentì di essere chiamato ad esporre insieme alle figure più in vista del controverso periodo che vedeva contrapposti astrattisti e realisti. Ma lui è stato soprattutto un poeta della pittura, che si nutriva di molta fantasia, di sogni che inducevano ampie velature di malinconia, le stesse che trasudano dai suoi dipinti dove, pure, squillano i colori fra i segni netti orizzontali e verticali che compongono i palinsesti delle sue sintetiche narrazioni. Ne sono un esempio, da leggere sempre all'insegna di una autonomia assoluta di interpretazione del mondo visibile e di quello della sua fervida immaginazione, le Maschere degli anni Quaranta, i Paesaggi e Ponti degli anni Cinquanta. Questi ultimi, risolti per campi geometrici a larghe campiture bianche - "... dipingevo di bianco il bianco... annullavo il colore", scriveva, - in cui sottili collegamenti scuri mettono in rapporto porzioni di paesaggio-materia disposte per piani giustapposti. Nei personaggi del Circo rivela la sua grande passione per questo mondo spettacolare ricco di simboli che investono la varia condizione dell'umanità, espressa con sintesi coloristica e pennellate urgenti. I principali attori sono figurine compostamente imbarazzate o vitalisticamente pregne del loro ruolo sociale, a volte, come diceva lo stesso artista, 'brutte' e 'sgangherate', quasi 'inscatolate' in composizioni che lasciano in vista solo la festosità del colore-materia. E ancora il suo Mare, tempestoso - "II mare in tempesta mi calma. Il mare calmo mi disturba..." -, organizzato spazialmente come in certe vedute orientali che, pur rappresentando cavalloni, rasserena la visione con la semplicità della linea.
Vario nei temi, ma anche nei materiali, per qualche tempo, intorno agli Ottanta, ricordo che decise di non usare più la tela, ma la carta di riso e brani di iuta irregolari. Quella volta fu il supporto l'oggetto di una rinnovata tensione. Sulla scabrosità facilmente trattabile della carta di riso, quel vecchio fanciullo artista lasciò segni particolarmente squillanti della sua figurazione, così essenziali da risolversi in quasi astrazione. Sulla faticosa iuta impresse invece materia-colore altrettanto vivace e contrastata, con fantasie più corpose di costruzioni geometriche, linguaggio anch'esso ricorrente nel suo repertorio libero da schemi, ma anche da ogni indulgenza verso facili ammiccamenti.

Perugia, ottobre 2007