la Critica

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LO SPAZIO DEI CLOWNS E DEGLI ACROBATI DEL SUO ETERNO CIRCO

Non certo frequenti e tanto meno programmate le mostre di Antonio Vangelli: allestite da un giorno all'altro l'informazione giunge davvero per caso, dunque come un fulmine a del sereno. Del resto siamo abituati alle recite a broccia dell'artista e ai suoi modi errabondi, vogliamo dire spontanei: di conseguenza sempre preparati alle sue strategie tutte estemporanee, non prevedute quanto si vuole ma in definitiva non proprio imprevedibili almeno per chi con il pittore tiene dimestichezza. Peraltro non basta contare sull'amicizia che ti concede per essere al corrente dei suoi progetti, se finanche ai più intimi tocca eguale sorte. Appartato e misterioso, perfino sibillino, non gli si può cavare una notizia e del tutto dice fuorché della sua pittura: così nemmeno la vedi in quello studio a Trastevere, in cima ad una scaletta angusta e mozzafiato, perché ti rimanda alla mostra che farà chissà quando e dove, anche se è già predisposta, pronta ad inaugurarsi magari il giorno dopo. Mi sono ogni volta provato a delineare con un certo lusso un ritratto fisico e morale di Vangelli: meglio e prima di me sono riusciti nel disegno Eraldo Miscia, poi Giuseppe Marotta che lo ha definito «un bao-bab pieno di silenzi e di voci ineffabili». D'altro canto — come ha scritto Miscia — «è troppo facile fare di Vangelli un personaggio» (a meno che non ci si preoccupi di considerare il rapporto che intercorre — se intercorre — tra il personaggio e l'artista, tra l'uomo e l'opera). «La storia di un uomo non è sempre la storia della sua opera; ma l'opera (sia pure «aperta», come propone Umberto Eco) non potendo sussistere come astrazione, ossia avulsa da una realtà effettuale, finisce col suggerirci i tempi e i modi di un'estetica che, per quanto autonoma, deve per forza essere legata ad una Scenda». Il magma che notiamo in Vangelli non solo è apparente, ma anche mistificatorio; o meglio, costituisce la difesa, il nero di seppia, di chi consapevole della propria fragilità si nasconde e si protegge dietro cortine fumogene». Difficile comunque affermare se l'artista riverberi ed esibisca, nella pittura, una porzione di sé uomo o in essa invece esponga il polo contrario della sua personalità umana, magari per dissimulare la sua innocenza o le sue ossessioni ovvero le sue paure. Di sicuro, egli è un poeta svagato e incantato, chiuso dentro i misteriosi sortilegi d'una ribollente fantasia, ma al tempo medesimo un «mathematicus» e soprattutto un ragionatore convinto dei suoi concetti e dei suoi assiomi spesso labirintici, talvolta oscuri, fittamente intramati di passaggi sillogistici. Viene tuttavia fatto di domandarsi se tutto il suo ragionare non si riduca infine a cedere al sentimento: ma ragione e sentimento non sono forse termini decisamente antitetici? Si deve allora presumere che in Vangelli i due opposti si congiungono e finiscono per integrarsi, così l'uno può esistere in forza dell'altro: in fondo, sempre nell'opera dell'artista il rigore della forma non rigetta il valore dell'espressione e viceversa. I motivi figurali dell'artista si consolidano ancora una volta — e dunque li troviamo nuovamente nei dipinti ultimissimi ora esposti nelle sale della galleria «Bateau Lovoir», al n. 31 di via Margutta — sulle forme degli ormai famosi personaggi del circo. Un motivo martellato incessantemente replicato sul filo delle mille e una variazione (le prime figurazioni risalgono infatti al 1950), proposto — diresti — senza soluzione di continuità: del resto, non ci avverte Pascal in un suo pensiero che «le parole diversamente disposte fanno un senso diverso, e i sensi diversamente esposti fanno un effetto diverso»? Allora, su queste tele di Antonio Vangelli, di nuovo clowns e giocolieri, di nuovo cavalli in impennata e acrobati alti e sottili come steli, inguainati entro costumi che sembrano voler inneggiare alla gloria del colore, fissati nel segno di una pennellata rapida e lampeggiante, madidi di una massa magmatica che fermenta e s'incrosta ma toma a bulicare simile allo scorrere lento e costante d'una colata lavica. Clowns e giocolieri e acrobati al cui dirimpetto provi emozioni sempre diverse: la tavolozza di Vangelli è ricca di colori e più d'ogni altra ne possiede. Così sarà certo il colore a cangiare le immagini e dunque darci d'ognuna misure diverse; oppure quel modo elettrico — e se vuoi febbricitante — di dar sostanza e significato alla forma con tocchi di pennello più sciabolati che deposti. Ha ragione Virgilio Guzzi a scrivere: «...e si arriva alla pittura di segno, di gesto; al simbolo, al geroglifico astratto, al capriccio grafico». In queste sequenze l'artista schematizza all'estremo le figure, le denuda d'ogni preziosità: semplici forme recuperate dalla materia, immobili e silenziose forse in attesa d'un evento, immerse negli spazi desertici dell'arena. Sì, è «un circo senza pubblico, nelle ore morte, quando pagliacci ed equilibristi e domatori s'allenano o riposano: i tendoni fremono, la sabbia è d'argento, una vaga tristezza incombe sui nomadi e li sbiadisce» (Marotta). Il silenzio medesimo che grava sull'artista e la medesima malinconia che puoi leggere nei suoi occhi: nei clowns — e pure in tutta la pittura che deposita sulla tela — Vangelli rivela dunque la sua interiorità? Non c'è risposta: quella malinconia può esplodere in una sonora risata ed il suo silenzio trasmutare improvviso in uno scoppio serrato di parole. Un atteggiamento mistificatorio? Forse, ma sarà per poco: presto toma a chiudersi nel suo guscio. Se ne va come non l'avessi incontrato. Intorno a lui subito cresce uno spazio non contaminato da alcuna presenza se non quella dei clowns e degli acrobati del suo circo. Se ne va con il bagaglio delle sue favole vere e delle sue fantasie e certo architetta il modo di mettere insieme le sue certezze soggettive con la verità aggettiva che impietosamente gli presenta la vita. Proprio per questo — pensiamo — «Vangelli Antonio, classe 1917» dipinge e un pezzo di lui entra nella pittura che fa: inconsciamente o no chi può dirlo?

UNA TAVOLOZZA DALLE MILLE SFUMATURE...

Un’operazione artistica — come quella offerta da Antonio Vangelli — così coerente nello stile e medesimamente tanto diversificata nelle cadenze formali ed egualmente nelle motivazioni contenutistiche, trova davvero raro riscontro nell'ambito della pittura italiana dal dopoguerra ad oggi. La sua opera è dunque da catalogarsi tra le più stimabili, non soltanto per la sua schietta qualità figurativa ma anche — e soprattutto — per i caratteri esclusivi che la distinguono. Infatti, fin dagli inizi una fermezza formale è una serrata incidenza materico coloristica sta a sostegno del nucleo compositivo: così le immagini enunciano la ricerca di uno spazio interno alla forma e, del pari, una dinamica costruttiva pur nella dissezione e nella disgregazione della forma stessa. Insomma, per Vangelli, il problema della pittura elude in massima parte (senza comunque escluderlo) uno scopo direttamente rappresentativo di modo che partendo da misure strutturali legate ad una realtà aggettiva egli mira il più possibile ad astrarne l'apparenza. Si noti, a questo proposito, come i fondi esemplino indicazioni di puro spazio e come — nel complesso di questa unità spaziale — la consistenza formale realizzi ampie soluzioni plastiche: le strutture, cioè, non si schiacciano sulla superficie della tela per aderire ad una prospettiva — reale o illusoria che sia — ma per legittimarsi in modo coesivo allo spazio. Uno spazio che non è ne architettonico, prospettico o naturalistico, bensì atmosferico. In tutta l'opera di Vangelli l'immagine assume larvale parvenza — ora delineata su ritmi segnici ora raggrumata in coaguli di colore, in aggregati materici — talvolta fino a raggiungere un punto nel quale la forma diventa puro contenuto. Perciò all'interno delle composizioni pur sempre è implicito un riferimento alla realtà, agli eventi della umana quotidianità: sono frammenti di simboli figurali, iridescenti pullulazioni di fantasie segniche, caleidoscopiche apparenze di forme e colori che sembrano far riemergere come da un «di là» assai remoto nel tempo le tracce di un'altra vita, posta in un altro cielo, che il pittore prova ad identificare ed indicare. Il valore e il significato dell'opera di Antonio Vangelli si fissa dunque sull'estrema riduzione formale del soggetto. Egli si apre tutto al colore, e rivive in astratto la stagione del plein-air». Non manca tuttavia — in tutti i suoi dipinti — una misura contemplativa e dunque il sapore reale dell'oggetto rappresentato, ma la realtà qui si trasforma senza infingimenti in un mondo di fantasia. I motivi iconografici sono vari e ogni volta variatissimi, pur nella costante iterazione tematica: si va dalla veduta al paesaggio agreste, dalla figura alla natura morta, dalle fantasie ai capricci, dalle composizioni astratte a quelle cosiddette «astrali». Difficile assegnare una preferenza: c'è tanta virtuosità formale e tanta esuberanza coloristica, in queste tele di grande e medio e piccolo taglio, da lasciare chiunque in forse sulla scelta. Dice ancora Guzzi: «Hai il godimento dell'occhio e del subcosciente». E più avanti, come a ribadire il concetto, afferma: «La gentilezza degli accordi, degli assaggi cromatici è tale che al primo sguardo vedi il pittore dotato». La pittura di Vangelli è tutta di getto — diciamo estemporanea — ma medesimamente lenta sale da lunghi depositi mentali ed inferiori: le composizioni nascono da un ghiribizzo segnico, dal funambolismo di una linea, da un ricciolo, da una svirgolatura, si concretano nella lievitazione di un frammento materico e si glorificano nella esuberanza del colore. Quale mai tavolozza ha più colori? Un colore che si apre alla luce e muta in luce, che si fa tessitura d'uno spazio dentro lo spazio dell'immagine rappresentata ed insomma nella realtà formale del quadro. Dunque, con la pittura di Vangelli non si corrono mai rischi: sempre si presenta carica di estrosi umori, pronta ad ammaliare ed anche a sorprendere. La natura umana dell'artista non subisce alterazioni quando si fa pittura: le medesime astratte abbreviazioni del suo pensiero e dei suoi gesti diventano esatta sincronizzazione delle immagini che vanno ad occupare le superfici delle sue tele. S'è già detto: la sua pittura vive nel clima della favola, si fa corpo dentro gli svolazzi arabescati della pennellata, trascolora in argentei lembi, in azzurrini ordine di spazi, in gamme infinite di colori. Del resto, chi ha guardato attentamente alla prima pittura di Vangelli ha potuto facilmente intuire gli approdi favolosi cui mirava l'artista: egli, infatti, ha ogni volta cercato di scoprire un mondo estremamente sensorio, sempre ha mirato a rendere mitica l'essenza, la sostanza e le ragioni della realtà. Guidato da un ricco «esprit de finesse», in un ritmo sempre vibrato, incessantemente vivo, la sua mano ha inventato forme di uomini e di animali sull'idea di una matrice educata alla dimensione della purezza. Nella pittura ha raccolto la realtà e il riflesso fabuloso di essa: nel rappresentarla la celebra, della stessa esprimendo i contenuti più segreti. Al di là di qualsiasi ingiunzione realistica, di ogni intemperanza narrativa, svolgendo un processo essenzialmente pittorico in cui l'immagine, appunto, formula una sua ragione compositiva, un suo determinato rigore formale, prima di fissarsi in una qualsivoglia significazione figurale.