la Critica

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FANTASIE DI VANGELLI

La pittura di Antonio Vangelli si può considerare una viva presenza in questa città dove la realtà artistica contemporanea ha perduto ormai i suoi contorni e dilaga in forme convenzionali con l'appoggio d'una schiera di critici che non sanno più che pesci pigliare. L'artista che oggi espone al «Bateau Lavoir» in via Margutta non è più un giovane, ma neppure è un vecchio; diremmo che ha raggiunto una sua maturità piena. La quale gli consente di scapricciarsi, di ridurre il suo linguaggio all'essenziale, di divertirsi anche, senza scivolare nella corsività facile e ornamentale astratta. E difatti la serie dei «Circhi» esposta, che a prima vista può anche fare l'impressione d'una raccolta di eleganti scherzi, rivela a un occhio attento la serietà, l'impegno d'un pittore che non s'abbandona alle libertà del gusto senza avere osservato attentamente il reale visibile al fine di scoprirvi l'eterna novità. Basta guardare alle tante figure tracciate su queste tele, ritagliate nel gran ruoto luminoso, nello spazio ellittico dell'arena, per accorgersi come la sintesi non sia mai l'effetto d'un manieristico impegno. Il Vangelli da sfogo alla memoria lo fa con animo ingenuo; egli crea in controluce delle forme naturali prima che delle sagome. Diciamo che le forme sono trovate di volta in volta e così non risultano stereotipate. Per noi è molto. E s'intende che un gusto tanto riduttivo richiama anche all'arabesco, pone l'immagine come a un limite. Ma altrettanto evidente è che, tra grafica e pittura, l'artista si libra come una libellula, e insomma si tiene in un acrobatico equilibrio, ch'è poi la felice espressione d'una vissuta esperienza e d'uno stato d'animo. Inoltre, puoi vedere una interpretazione singolare di certe poetiche attuali, e propriamente di quelle facenti capo alla materia, al segno. C'è in Vangelli un principio di decantazione, una grazia naturale applicata a una realtà spettacolare. Il pittore disegna, il disegnatore dipinge. Il problema è la resa (stenografica, e tuttavia incantata) dello spazio luminoso, del minimo cenno di vuoto che sventi il pericolo dell'emblematismo mondano e decorativo. Con quell'aria svagata Vangelli guarda le cose che ama e da alla sensazione il valore e l'accento del simbolo. Nel suo saggio Simbolisme en peinture, Gauguin (Mercure de France 1891) il critico antinaturalista ed antimpressionista Aurier, esaltando l'autore del quadro lotta di Giacobbe con l'angelo, affermava: «II fine della pittura è di esprimere le idee. Gli oggetti, che in sé non hanno valore, si traducono in segni, simboli delle idee che sono la realtà in sintesi». Ne deduceva che Gauguin, pittore ideista, era un decoratore. Di tali puri segni molto vicini all'astratto, si preoccupava per suo conto Pissarro, e obiettava: «Occorre avere delle sensazioni per avere delle idee. Gauguin, alla fine, ruba ai giapponesi». Erano tempi, quelli, di temuto americanismo; auspicanti l'avvento di un'arte molto idealistica, fondata su tecniche nuove. Di un'arte corrispondente allo sviluppo e alla diffusione dei metodi scientifici e degli esperimenti industriali... Vedi bene che certi nostri critici odierni hanno inventato un bel nulla. La differenza sta ora in un linguaggio che mai richiama al decorativismo, pur applicandosi a minimi segni, così puri da simboleggiare solo se stessi.
Né mai trova parole per denunciare lo squallido decadentismo di un'arte che tanto ha assottigliato il concetto di forma da ridursi a brancolare nella mitologia contenutistica delle materie, delle tecniche e delle idee fatte.

ELEGANZA DI VANGELLI

Con l'azzurro, il giallo, il bianco — ed ora con l'argento, con l'oro — il pittore Vangelli accende nell'aria le sue felici girandole. Abbiamo sempre riconosciuto questo elegante ingegno formatesi a Roma negli scorsi decenni senza mai cedere al gusto corrente, senza mai occupare banchi di scuola. L'indipendenza di Vangelli salta all'occhio; eppure non è segno di temperamento chiuso, che si tiene all'oscuro di quanto gli si muove attorno. Il nostro artista (solitario, segreto, eppure pronto al colloquio) ha saputo scegliersi i maestri, così come i temi del suo favoleggiare. Evidente una esperienza fatta attorno a un certo linguaggio europeo. Si parte da un'idea di «plein-air»; si va da Manet a Marquet a Van Gogh, e si arriva alla pittura di segno, di gesto; al simbolo, al geroglifico astratto, al capriccio grafico. Si arriva a una estrema dilatazione di spazio luminoso; alla purezza di mezzi. Tutto in Vangeli! si fa ormai trasparente; e tutto diviene come un filo che si arruffa e dipana, una forma che sfugge al calligrafo e ne subisce l'attrazione, e resta in aria, ricercata materia tra il magico e il decorativo. Ma il geroglifico, il giuoco, il gesto — sempre scoperti — si risolvono in ritmo. L'apparente sfrenatezza è slancio, mobilità emotiva affidata al gusto; il quale è dosaggio degli impulsi e dei valori pittorici. Di qui l'effetto di impetuosa nervosità e di squisito arabesco.

SENSUALISMO DI VANGELLI

L’eleganza squadernata del pittore Vangelli in questa sua grande mostra alla «Gradiva» è di quelle che facilmente diventerebbero proverbiali. Chi non conosce questo solitario, eccentrico artista romano, che in tanti anni di lavoro è riuscito a conquistarsi la stima degli intenditori, eppure non occupa ancora nella opinione comune quel posto che il suo merito gli assegnerebbe? Il vedutista Vangelli dei primi anni, quello dei ponti: sintesi tanto fulminee quanto costruttive; il capriccioso inventore di personaggi e cavalli da circo, funambolico, d'una essenzialità da ridurre l'immagine al tocco di colore, all'arabesco grafico, è oggi ci sembra, pervenuto ad una sua effervescente, felice maturità. E mostra un impegno e una ricchezza di modulazioni formali non confondibili, una freschezza e squisitezza di sentimento che si fanno un vero florilegio espressivo. Si direbbe che l'artista voglia tirare le somme delle esperienze pittoriche più recenti. Egli si apre tutto al colore, e rivive in astratto la stagione del «plein-air». È un «fauve» al di qua dell'informale; la sua immagine nasce dall'idea riproduttiva e simbolica di purezza, dall'assieme dei tocchi, segni, macchie, cenni, scarabocchi che invadono la superficie e la fanno vibrare, palpitare; dall'idea nel contempo di costruzione (anche allusiva) dello spazio. La sensazione cromatica è poi racchiusa in un largo telaio. Il principio informale si piega all'esigenza d'un ritmo che di quel «continuo» faccia un quadro. La poetica della emotività ridotta allo stato aurorale si sottomette a quella del gesto. La molecola diviene linea, zona: si allarga fino a ritrovare una forma. Sensualismo visivo — ma di che alta qualità! — ed esigenza di chiusura e di ritmo compositivo si contaminano senza proprio confondersi; e l'effetto è singolare; perché sfiorandolo, non si perde nel calligrafismo e nel meramente decorativo: denuncia semmai uno stato di tensione psichica. Hai il godimento dell'occhio e del subcosciente. Un pittore alla fine che non vuole fingere un'angoscia che non sente. Anzi Vangelli è latore di gioia, questa sua esposizione è finalmente una mostra allegra. Si parte dall'impressionismo e si arriva a Mathieu. E per fortuna la gentilezza degli accordi, degli assaggi cromatici è tale che al primo sguardo vedi il pittore dotato. Quel che sarebbe solo ornamentale invece è sfarfallio di stati d'animo, fuga di stagioni, allusione ai primi moti della vita vegetale e sanguigna nello spazio. I colori son quelli, e paion creati, esprimono candore ed estasi. Emergono, affondano, e muovono l'immagine. La loro violenza elementare è pari alla gentilezza e preziosità, cosi come il dono di natura, la grazia del pittore vengono sostenuti dalla efficiente responsabilità del gusto.