la Critica

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IN PRINCIPIO NON ERA CHE IL VERBO...

Conoscete, mi auguro, Antonio Vangelli. È alto un paio di metri, e proporzionalmente vasto. Non che abbia finito di crescere, tuttavia; parlategli e il suo candore vi stupirà. È un connotato di molti pittori, questo infantile miscuglio di fiducia e di sfiducia, di ritegni e di abbandoni, di ingenuità e di saggezza. Frequentateli; vi persuaderete che Gesù disse: «Lasciate che i pittori vengano a me». Di poeti che meritassero di nascere pittori, non mi viene in mente che Covoni, il mio Corrado Covoni, tanto grande nelle opere quanto incapace di sbrogliarsela con la vita, di amministrare il suo genio come hanno fatto certi suoi ruggenti emuli, i quali non escono di casa un giorno che è un giorno senza indossare un Campidoglio nuovo. Dunque Vangelli. È un bao-bab pieno di silenzi e di voci ineffabili, alla cui larga ombra mi sdraio volentieri. Di barba fitta, velloso, graffiante, si rade quando i ciuffi di parietaria di Trastevere glielo ricordano. Voi conoscete , suppongo, Trastevere. Di colpo, varcato il ponte e infilata una viuzza, il frastuono di Roma diventa un bisbiglio; le pietre invecchiano di centinaia d'anni; Giuseppe Gioacchini Belli vi cammina allato e amaramente ride; le immense chiavi di un pontefice lo minacciano senza tintinnare, come gelidi strumenti di tortura; nelle fiamme di un'officinetta si raggrinza, ma non perisce, una strega condannata; gatti bianchi, neri e fulvi si contano ignorandosi; un barattolo insensibilmente rotola verso un corroso portoncino sormontato da un illeggibile stemma. E là, in cima a una scaletta gibbosa, infedele, stanno i quadri di Vangelli. Colpisce anzitutto, nelle tele di Vangelli, una estrema economia di segni. Uomini, oggetti, animali, ridotti alla sostanza ultima, definitiva. Cristalli di movimento; un che di ondulato e, insieme, di roccioso; un che di granito che fu lava e che può d'impreciso riavvampare. Queste linee fondamentali come sterni o femori, ossificate, hanno un eccezionale potere evocativo. Ognuna, tenue che sia, ne richiama cento. E figuratevi. A me, nei lavori di penna, il termine «analisi» equivalente nella maggior parte dei casi a una tetra, uggiosa meticolosità di ragioneria dei fatti e dei sentimenti, mi fa storcere il naso. È buffo che da un lato i massimi critici d'arte apprezzino e divulghino i miracoli della trasfigurazione e della sintesi, mentre invece, dall'altro, i Falqui e i De Robertis continuano a lodare, anzi a prescrivere, gli a fondo realistici, gli «scavi» psicologici, i minuziosi elenchi di azioni e di pensieri, che attuati da certi narratori che sappiamo non differiscono molto dalle note delle affaticate lavandaie degli alberghi. Al diavolo. Noi vogliamo anche nei libri l'asciuttezza e l'avarizia dei segni di Vangelli, proposizioni acuminate e illuminanti che riassumano pagine e pagine di inutili precisazioni, capitoli stretti come pugni; vogliamo la cacciata dell'ovvio, dell'acquisito, dell'esercizio mnemonico atteggiato a prova d'arte; vogliamo che il mondo ci sia restituito, dai romanzi, come il suono del mare dalla conchiglia avvicinata all'orecchio; vogliamo i lunghi drammi della gente e delle cose abbreviati in un grido o in un gemito o in un ghigno che ci squassi; vogliamo la forca e l'aiuola della poesia. I dipinti di Vangelli, dicevo. Ecco una Torre di Babele che s'alza come una vorticosa nube atomica; non è difficile scorgervi, oggi, la mania di grandezza spaziale di un infimo pianeta che getta superbamente, nell'universo dei miliardi di anni-luce, qualche sua grama chiocciola volante. Ecco la guerra: uomini agglutinati dall'orrore, simili a grumi ovarici, compressi dall'enorme vuoto che li circonda, un gelido vuoto dal quale ogni mostro, ogni efferatezza può sorgere... la divorante angoscia, la spasmodica tensione, ha lasciato soltanto, nella parte animata del quadro, i nervi delle figure. Ecco un Golgota, una crocifissione: il mariuolo buono e il mariuolo cattivo sono, per quanto appena accennati, corpi; Gesù è diafano, irreale, un'anima inchiodata; in basso la punta di una lancia, qualche dolente, e un cavallo: un plastico e netto destriere nella immagine del quale uno rilegge i remoti versetti: «In principio non era che il Verbo... Disse il Creatore: Siano le bestie. E le bestie furono». Ecco la serie dei quadri sulla vita del Circo: un Circo senza pubblico, nelle ore morte, quando i pagliacci ed equilibristi e domatori s'allenano o riposano; i tendoni fremono, la sabbia è d'argento, una vaga tristezza incombe sui nomadi e li sbiadisce... ah come ci rivelano che ogni minuto è, per loro, una cosa abbandonata o crollata. Ah la sapienza e l'innocenza della pittura di Vangelli. Che ringhiera per allontanarsi dal mondo e per scendere, simultaneamente, nel precipitoso cuore del mondo...