la Critica

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Tempo fa, in una presentazione dell'opera di Antonio Vangelli, affermavo la necessità di dare rilievo alla personalità, o è più quanto alla ricerca nella prospettiva storiografica, ripulita dal peso soffocante delle «gabbie» ideologiche e delle operazioni di mercato. Oggi nell'attuale ritorno all'attenzione, alle vicende della «Scuola Romana» definizione impropria, moltiplicata in una varietà di «Scuole», da via Cavour a Piazza del Popolo non certamente con rigore di filosofia e di critica per indicare una realtà di arte e di pittura anche complessa, una riflessione sul lavoro lungo quasi mezzo secolo di Antonio Vangelli può essere utile ad una ricostruzione corretta e significativa. Il problema critico è quello di «verificare» il senso di un'avventura, radicata in una storia e in un ambiente, considerata per lo più marginale nella prospettiva europea, fortemente condiziona dall'ideologia, del Regime prima, ma di un non meno pesante Regime poi dominato dai Centurioni del realismo e dall'arte astratta in un atteggiamento di valori e di presenze, ma soprattutto dei temi centrati della ricerca e del dibattito. Passata la «comprensione» dell'ideologia, ci si è rivolti a quest'area di pittura rimasta come incontaminata; fondata su «vite» di artista romanticamente mori tempo, di anarchia e spontaneità radicata in un rapporto intenso di emozioni con la natura, il paesaggio stregato di Roma, diuna Roma «scomparsa» nell'alienazione metropolitana, in quel sacco che in breve volgere d'anni l'aveva spogliata della cintura di ville e verde sulla spinta di una dissennata speculazione. La pittura spoglia di retorica tra le due guerre, si presentava come un'oasi nel deserto che cresce, per i processi di manificazione. Un argine che consentiva' all'uomo di mantenere memoria e sogno di un'altra realtà, di un vissuto di intimità, di confidenza, con la natura, le stagioni, un vassoio di frutta, un fiore, un cielo, un corpo di donna, uno scorcio di città dal Gianicolo o da Piazza Navona; la certezza stravolta da fuochi e toni accesi, o, velata di malinconia, del sentimento e presentimento di minacce e ombre: la tenaglia dell'ideologia, ha poi tagliato in modo efferato, spesso lo stesso ricordo di tante presenze: gli esili, Cagli o Tamburi, i silenzi, Sironi o Mafai, le rinunce, Bandinelli, le discrezioni. A lato incommensurabili alle storiografìe dominanti, se non nei tardivi e internati recenti recuperi, le grandi apparizioni di De Chirico o Arturo Martini, di un'arte indomita e densa; e un'area sofferta e determinata di cui in questi ultimi anni è stato simbolo Ziveri. In questa situazione di silenzi e omertà, di posizioni rinnegate dalla critica, di ruoli biechi di lacchè di ogni potere, di complicità e falsificazioni, in un confronto a metà con l'Europa e col mondo, una serie di presenze, fuori campo, che oggi nel loro carico di potenzialità e di eclissi, nella loro riduzione a comparse, nei loro umori non trovano ancora una collocazione oggettiva, sparsi e dispersi, sprovveduti in tempi e occasioni dai contorni vaghi, mai protagonisti di una storia. Tra queste «presenze», una delle più esemplari è certo quella di Antonio Vangelli, pittore vero nei momenti «alti»; troppe volte invischiato nelle basse maree, personaggio limite, con una parvenza di grande interesse, dopo i sussulti degli anni iniziali: dorato, con una sua sicura vocazione, nella difficoltà di scelte di allora, scoramenti, rinchiusi in una loro dolente diaspora nei confronti del «sistema», malgrado i tentativi di Bottai; senza il supporto di un'esperienza aperta e consapevole degli eventi del mondo, affidata per l'arte, a «racconti» e a «riproduzioni», di una cultura e vita artistica. Giovani, in quell'inizio degli anni '90 in quel gruppo che a Palazzo Braschi, con Vannarelli segretario, cercava non più nei panni del Sindacato di dare alle proprie inquietudini una dimensione di ricerca e di certezze. Generazione «isolata» e disperatamente in lotta più per realtà esistenziale che per ragione di consapevolezza intellettuale e ideale. Quell'esperienza, che fu di lotta nella Resistenza, si concentra in una stagione eccezionale di pittura che fa di Vangelli sugli anni 40-50 (gli inizi) un maestro - vero e un pittore di cui poi abbiamo sentito struggente rammarico e nostalgia, per qualcosa di cui si siamo sentiti, e con perdita certa, privati: l'immagine di quegli anni, di Roma, la Città dopo la guerra, ancora carica di ferite, che l'occhio del pittore ferma nell'acuta sensibilità del confronto, con le altre vive nella pittura; la memoria e l'emozione di una vita e di una città che non trovava più; ma anche l'altra, di un mondo che cresceva non senza ansie di lotte operaie, di miserie, di sofferenze. Le "Fabbriche", il Gassometro con quel grigio piombo nero, che infeltrisce il colore istintivamente felice di Vangelli in una appassionante testimonianza di poetica realtà.
Con tanto «impegno» civile di prima e di poi, quelli di Vangelli restano i quadri più veri e belli, documento di un tempo e di una Roma. Ma quella stagione intensa, è in altri che ha trovato la sua incarnazione, più giovani come Vespignani indimenticato e indimenticabile pittore di «Periferie». Anche se i Ponti di quegli anni di Vangelli restano con tutte le intuizioni, gli umori, le suggestioni le aperture verso l'attuazione, segni indelebili nel ritratto di questa città. In quegli anni Vangelli ha dato il meglio di sé; l'immagine più intensa e rapita della sua pittura. Poi, come un'incrituatura (l'incrinatura nel cristallo di Mallarmé) ha declinato la ricerca verso aree meno significanti. Certo nella sua Biografìa ha pesato il destino di una situazione difficile e di una generazione mancata. L'arco della ricerca si è come spezzato: ma forse, tutta una stagione della pittura italiana ha vissuto il cruccio dell'autunno. È prevalsa la «psicologia»; le singole vite e temperamenti in una vicenda di pittura che non si è più misurata con la realtà del mondo, ripiegata in una propria dimensione, di isola di desideri e di sogni; raffinata sensualità e intensa emozione; nella trama labirinto di fantasie e curiosità in una mitologia minore, che molto spesso si configurava in psicopatologia della vita quotidiana nella inquietudine e contorsioni di una psiche, che non incarnava più la presenza dell'anima nei segni della vita. I più anziani hanno resistito, Pirandello Ziveri; hanno dato voce alla loro angoscia, Sironi o Mafai, in quella disperante conclusione di lacci e cosche; loro avevano vissuto una stagione piena, combinata al presente, una cresciuta e definita, resistenza decisiva di un'idea e di un mondo. Per Vangelli e molti della sua generazione, ed è una storia tutta da scrivere, come quella che ha spezzato con suicidi e «morti» volute, la continuità degli anni '60, da Savio Tancredi Manzoni; o in ore recenti, a rendere ancora tipicamente vivo l'humus dell'arte a Roma, di Tano Festa e di Franco Angeli. Non è facile, quando manca un retroterra, sospesi sulla vita quotidiana, disadattati e a disagio nelle forme del sistema dell'arte dominante: resta molto poco, oltre il consumarsi a poco a poco in slancie fughe, presenze e assenze, in percorsi senza uscita, e sempre con tante paure dentro. Come destinati al «sacrificio» a quel mostro-palude di mezze figure, di mercanti e critici, dell'omertà, saltimbanchi, portaborse, ieri e oggi del potere, o peggio del sottobosco. Quando penso alla perdita impagabile di tanta vita e arte mi si stringe il cuore: un corteo di volti e situazioni segnato di grande tristezza. Vangelli è dentro questo corteo: ha l'orgoglio della rinuncia, non briga e corrompe per essere invitato a mostre e manifestazioni; resta ai margini, ormai consegnato ad uno stereotipo che non è più una scelta. I suoi mercanti: Zizzari, Russo, Fulii,... e siamo già ai livelli di una professionalità possibile; le sue mostre al «Gianicolo» e un po' più su all'«Indicatore». I suoi amici Monachesi o David. Fa i piatti per Umberto le incisioni per Pandolfìni... I suoi approdi nell'Art Lucarelli. E poi ancora una palude più pesante. Non conta nemmeno registrare gli anni. Gli episodi sono intercambiabili, situazioni di una biografìa senza sussulti, se non quelli eterni di un incidente o di un incontro. Le sue «fissazioni» pure non diventano mai vera nevrosi. I pittori che frequenta sono tutti di poca consistenza, più per avventura, per non morire di «noia» che per reale affinità elettiva: si caccia ancora, o si lascia indurre, a manifestazioni e premi minori, a Villa Torlonia o all'Antoniano, più per solitudine che per convinzione, sempre a metà, con amara ironia, ma comunque a parti che non son sue. Dentro, nei momenti dell'insonnia e delle fughe, i carboni accesi di una storia che brucia e poteva essere altra, come quando si abbandona alla nemica classica o racconta della Parigi viva con la nostalgia per una Roma, di incontri e di luoghi perduti nelle forme della organizzazione e del sistema dell'arte, ha consumato, o si è consumata in slanci e assenze, in percorsi senza uscita e con molte paure. In quel tentacolo di mezze figure e falsi mercanti, di critici dell'omertà o di saltimbanchi, portaborse, ieri e oggi, del potere, senza più morale. Noi siamo testimoni. Portiamo tutti sulle carni i segni di questa condizione, che non ha la liberazione né in rivoluzioni (sempre mancate) né in cinismi (ai quali non ci siamo mai rassegnati). Almeno loro, Antonio Vangelli, sono riusciti a vivere, i loro «sprazzi» di verità; quando la pittura ha ritrovato i suoi poteri, la gioia di una donna, il gioco, la suggestione di Oriente, una collina; il potere di incarnare un'emozione; di dare spazio, sia pure nella dimensione e superficie, della tela, anche piccola a questo bisogno di respiro, di aria, di fiori e di mare, di stelle, stelle di carta, argentata e dorata, caduta dal costume di un carnevale, perché non sappiamo più alzare la testa per vedere il cielo; collage — non di carta e «brani» di pittura, di spessori di materia e grumi di terra — ma di segmenti, minimi, frammentari di esistenza, prova quell'estimo dell’anima. Affidata a queste apparizioni nei «lampi del reale, seguiti coma graffiti sui muri delle solitudini e della sofferenza, assetate di luce, di ricomporre le linee di un paesaggio che appare alla stessa memoria irreale, frutto di un oscuro delirio o allucinazione, eppure così invalicabile. I grandi temi della filosofia di ogni tempo, nella loro forma più elementare di sentimento ed esperienza quotidiana. La pittura di Vangelli è «romana» proprio per questa persistenza nel «paesaggio» al di là delle corruzioni e delle informazioni, nei luoghi e nelle cose, dell'anima. Questa sua impenitente vita, come vita d'artista secondo un'idea che non è più funzionale ai modelli e alla mentalità di oggi; come sogni di un'espressione di ogni sistema (Merlotti si dichiara «suicida») nello studio Torre di via Bonosa ma più spesso all'aperto, sull'erba o sul bagnasciuga di una spiaggia ai primi soli di maggio finita in una zuppa di telline c'è un «appetito» di carciofi fritti o di cappuccini di Mont-martre in queste fughe a Parigi, dove tutto è cambiato come qui, ma dove ricompaiono luoghi per l'immaginazione e il sogno, Piazza del Popolo o Rosati, storie di modelle e di innamoramenti, leggende controluce di una vita che non si vive più: i dolci, i cornetti caldi di Piazza Belli, sottocasa; l'eterna sorpresa di ogni giorno, un'adolescenza mal conclusa in maturità, con la sua innocenza e le sue complicazioni. Biografia di una vita più storica della pittura ma proprio per questo segnata da una straordinaria spontaneità e autenticità. I quadri i disegni l'entusiasmo per ogni trovata — la ceramica - l'incisione - la serigrafìa — tutto senza determinazione; quasi come una scommessa dei sensi e della cultura.

IL CIRCO MAGICO DI VANGELLI

Con un segno sottile, quasi vibrazione di musica Vangelli traccia sugli spazi bianchi le immagini di questo suo incantesimo. Perché, ed è l’aspetto più suggestivo della sua opera, cade nella semplicità e verità dei sogni, nel potere assoluto della poesia , nella possibilità della scoperta, nella rivelazione misteriosa come momenti sostanziali della vita e segreto dell'arte. Così i suoi volti e figure di donna, i suoi cavalli si sollevano leggeri in passi di danza dalla pista immaginaria della fantasia verso i cieli perduti di un sogno lontano, e in essi come negli amanti volanti di Chagall sentiamo vivere questa nostra ricorrotta speranza di libertà, questo desiderio struggente di amore questa necessità sempre più urgente di uno spazio aperto alle espansioni e ai sussulti di una sensibilità vitale. Traccia così come su una bianca lavagna o nell'aria, o sulla parete della nostra stanza questi segni che divengono cifra, di un nostro desiderio di confidenza e di intimità col mondo. Ma un mondo pulito, sano, fatto di cose vere ed eterne a tutti utili e necessario, come l'aria e l'acqua, i cavalli e l'amore, la poesia come emozione immediata e scoperta di un mondo che non ci rassegniamo sia squallido e arido, in voi e intorno a noi, anche nell'ironia del disincanto e nella malinconia dell'illusione scoperta, di questa irrinunciabile speranza che è diritto alla vita e al sogno. Nasce così sulla superficie di un foglio o della tela questo circo magico di Vangelli, uno spazio libero e imponderabile, aperto all'aria e al cielo, dove le nuvole passano e le figure si muovono nel ritmo di una danza; questo spazio che è dimensione poetica dell'emozione e della sensibilità e non già astratta e inabitabile geometria. E il segno leggero e sicuro tesse con la luce la sua interminabile tela di sogno, questa attuale e viva fiaba che ci circonda e ci richiama al segreto della felicità, verso i lidi beati di una poesia che è sempre possibile, perché è la nostra speranza di essere umani e di avvicinarsi alla immortalità. Il più efficace esorcismo contro la noia e la morte in giorni che sanno ritrovare il calore della vita.

LO SCATTO DI UN'IMMAGINAZIONE ORIGINALE E FECONDA

È tempo di affermare apertamente, quasi a sigillo di un mezzo secolo di pittura, che Antonio Vangelli è una presenza incancellabile dell'arte italiana, nonostante il suo temperamento schivo e discreto, il suo volersi porre come a lato di vicende e avvenimenti, protagonista solitario e poetico di un'avventura dell'immaginazione e della sensibilità e di una sua idea di cultura e di civiltà che saremmo tentati di definire aristocratica, se il suo distacco non nascondesse i germi di una timidezza profonda e non svelasse i tratti di un'adolescenza come stagione eterna della vita dell'uomo. Quasi a solida conferma di certe idee vichiane sull'infanzia poetica dell'umanità e sulle origini del linguaggio e del mito. Perché, ed è un tratto che lo accomuna a grandi maestri di questo secolo, da Matisse e i Fauves al Picasso del periodo bene e rosa, o a quella straordinaria sorgente di felicità che è Jean Mirò, anche il pensiero più complesso e profondo, ma la stessa trama quotidiana della esperienza si esprimono in un'estrema semplicità e in una rara eleganza. Segno di uno stile che circoscrive linee vastissime di ricerca, in un continuum senza interruzioni e che si afferma attraverso, ma anche oltre, la determinatezza di ogni singola opera; come azione e dramma, come tensione ideale e desiderio, come catena struggente di tempi e ore, di sensazioni e paure, di scoperte e fughe, di abbandoni e certezze, in un fuoco che brucia lento e disegna nell'aria le figure e le impronte di esistenze e di sogni, a misura di una altra, ma non per questo meno vera dimensione di realtà. La presenza di Antonio Vangelli costituisce un «caso» nella vicenda assai complessa e irriducibile, dell'arte italiana di questo movimentato dopoguerra, agli schemi ai moli senza soluzioni di continuità, cui viene circoscritta. Vangelli vive come «poesia» le ragioni della sua pittura, in un'attraversamento di confini, dei falsi e l'eri, tra poetiche e tendenze, scuola romana e astrazione; come inserimento in un movimento europeo. La stessa cultura, il senso puntuale di una idea e di una storia e civiltà, si trasforma in sogno, in magia di racconto per immagini; in splendore di simboli costruiti secondo la grafìa di antiche scritture, degli ori sumeri, e della pietra nera del Nilo. L'onda, è come il moto della vita, che specchia le civiltà e le rende patrimonio del mondo. Si colora dei colori delle Nazioni, la Tunisia, l'Ellade, l'Oriente, e poi crea nei suoi trapassi di azzurro e di luce, la stessa immagine della civiltà meditarranea, così come è mito e vita dell'uomo, e luogo del mondo. (...) È cosi che Vangelli, trova la sua autonomia, conosce lo scatto di un 'immaginazione originale e feconda raggiunge una profonda sintonia con i fatti veri dell'esistenza e della cultura e conquista una sua maturità, tocca uno dei punti alti in una freschezza creativa straordinaria, la pittura come gioia, ritagliata lungo i contorni di una nuvola, nella cupola azzurra del ciclo, nella curva di un'onda nell'ombra di una pianta, nei petali di un fiore; ed è calligrafia, come nella cultura dell'Islam e delle miniature dell'India, dei geroglifici d'Egitto, grottesca e ghirigoro, in una loro forza di suggestione e di allusione che include la magica dolcezza di Mozart, o il sublime di Bach. (...)