la Critica

up down

DOVE L'OBELISCO HA SEGNATO IL TEMPO

Ci sono artisti rari, anzi rarissimi, i quali hanno un occhio meraviglioso e misterioso. Sia che guardino, muovendo l'occhio in giro a 360°, fuori di sé nel/lusso della natura o dell'esistenza o della storia sia che gettino lo scandaglio dentro di sé andando a spezzare spessori incredibili di desideri e sentimenti repressi, di memorie ingombranti e sepolte e di sogni che non hanno mai decollato per privazione, aperta o occulta, di libertà; questi artisti rari hanno il potere di alitare la vita nelle cose che i più ritengono fossili e di restituire stupore alle cose ordinarie che l'abitudine all'esistenza non ci fa vedere più. In più questi artisti rari passano attraverso il tragico, vuoi esistenziale vuoi storico, della vita con un passo lieve e musicale facendo dono di sogni e visioni volanti, di scoperte primordiali e aurorali, restituendo a figure umane e cose la grazia del sorriso. Il poeta surrealista Paul Eluard trovò una espressione bellissima per definire uno di questi artisti rari, Max Ernst: era un vecchio fatto di molti fanciulli! Ma pensate anche agli incredibili, ridenti colori del mondo che Henri Matisse ha ritrovato e scoperto daccapo. Pensate a Charlie Chaplin e al suo clownesco transito tra le miserie e le violenze della vita regalando sorrisi puri come diamanti. Pensate anche alla musica dei balletti, dove anche le più grandi tragedie hanno peso e ritmo di farfalle, che prende dal corpo umano tutta l'energia nel momento stesso che lo libera dal peso. E che dire degli atleti e dei clowns che superano prove tremende e rimettono piede a terra con estrema naturalezza e col fiore del sorriso sulle labbra? La pittura italiana moderna ha due di tali artisti rari: Osvaldo Licini che ha mandato nel suo cielo azzurro lapislazzuli — quello di Giotto e quello di Gagarin — molti razzi e satelliti in esplorazione, ma poi s'è stancato, perché gli uomini abitudinari non alzano mai la testa al cielo e riempiono i propri volti di rughe di violenza e di furore; ed ha passato la mano al romano trasteverino Antonio Vangelli Grande esploratore della crosta tormentata della terra e gran viaggiatore dell'immaginazione. Attraversando violenze e tragedie di ogni genere, con la sua immaginazione di pittore fatto di molti fanciulli riesce sempre a scoprire il sorriso del mondo nelle situazioni più incredibili e a restituirci un immenso stupore per le cose ordinarie (così ritenute e dette) della vita. Oh! si, la sua Europa Antonio Vangelli la conosce bene. E conosce bene la pittura europea tra L'imbarco per Citerà così erotico e così struggente di Antoine Watteau pittore inarrivato di Gilles e i Saltimbanchi «rosa» di Pablo Picasso che sulla riva ocra d'oro del Mediterraneo riprovano a mettere il piede e a muovere i primi, armoniosi passi del nostro secolo come moderni Kòuroi e Korài. Ma i suoi viaggi più importanti e belli, gli occhi ben sgranati per non farsi sfuggire niente, Antonio Vangelli li ha fatti, lungo tanti anni, fra Trastevere e Piazza del Popolo dove l'obelisco ha segnato il tempo — si potrebbe dire dechirichiano — al meraviglioso flusso internazionale di artisti tra il caffè Canova e il caffè Rosati, lungo decenni. Chi ha buona memoria, nel tempo nostro che non vuole avere altra memoria che quella anacronistica dei musei, ricorda le apparizioni di Antonio Vangelli in piazza del Popolo; quella sua figura gigantesca con la testa aureolata di piccole nubi e col suo sorriso inconfondibile sulle labbra, con quella sua parlata sempre cosi fantasticata che sembrava raccontarti di un altro mondo ed era, invece, lo straordinario mondo quotidiano della sua pittura. A piazza del Popolo sono nate molte visioni, dopo quelle di Scipione e di Mafai, di Ziveri e Vespignani, di Trombadori e Francalancia; ma sono anche nati molti clan, molti salotti in odore di mafia. Per quanto girasse e rigirasse attorno all'obelisco di piazza del Popolo, Antonio Vangelli ha sempre sentito e visto quella piazza, e Roma tutta, come una grande scena o una grande pista di decollo per la pittura. I clan e i salotti per lui erano zavorra e, forse, per questo suo stacco poetico assolutamente libero, il suo essere pittore moderno della grazia e del sorriso del mondo ha pagato e paga un prezzo alto nei confronti della mondanità e del consumo della pittura. A questo singolare e instancabile viaggiatore antico-moderno della pittura, esperto di Gilles di Watteau e dei saltimbanchi di Picasso, recentemente Marcelle Venturoli ha dedicato una bellissima monografia, per i tipi editoriali della galleria «II Gianicolo» di Perugia, nella quale è riuscito a trovare la bussola nel viaggiare di decenni dell'immaginazione di Antonio Vangelli tra ponti, paesaggi industriali, maschere, arlecchini, campi di grano e papaveri, circhi, saltimbanchi e clowns, torri di Babele, galassie, cerchi magici delle apparizioni, funghi atomici, mari e cieli, alberi e sfere e mostri. Per ogni creatura e situazione, che fosse della realtà o della visione più sognata, Antonio Vangelli ha sempre trovato l'equivalente in colori radianti luce e grazia del sorriso con una levità di sensi e di sentimento /forma che non ha l'uguale nella pittura italiana contemporanea. Io credo che il nostro pittore potrebbe sottoscrivere quel che diceva Bertolt Brecht di una maschera tragica tutta rughe, del teatro giapponese che teneva appesa nella sua stanza: quanta fatica dovesse fare l'uomo per essere violento e crudele, per spargere terrore attorno a sé! Antonio Vangelli è uno di quei rari, anzi rarissimi artisti, dai quali in qualsiasi situazione, anche la più violenta e tragica, non puoi cavare altro che un sorriso. Nemmeno a fare spettacolo, a fingere, riuscirebbe a essere feroce e crudele come pittore e come immaginazione pittorica del mondo. È la sua incredibile forza fantastica, il di più che ha rispetto alla realtà di tutti i giorni, il suo saper vedere oltre il tran tran delle tristi abitudini che fanno calare, come limo al fondo dell'oceano, tanti sensi e sentimenti umani. Credo fermamente che venga da qui quel non so che di aurorale che sempre comunicano le sue immagini: tutte senza eccezione che non sia quella della qualità pittorica non raggiunta. (…)

LA LUCE RAGGIANTE DELL'UNIVERSO

Ci sono pittori che per tutta una vita, e invano, anche se dotati di un gran mestiere secondo il gusto vincente del tempo loro, cercano la luce e il ritmo del mondo, sociale e cosmico. Ma le immagini loro, astratte o figurative o informali che siano, non hanno luce e ritmo, sono inerti e il sogno di liberazione per forza di pittura non decolla mai. Perché non stanno, sensi e immaginazione, davvero dentro la luce e il ritmo del mondo e soprattutto perché non hanno la luce e il ritmo dentro di sé: non sono particelle viventi inconsapevoli dell'armonia del mondo. Possono soltanto registrare la pesantezza della materia e della realtà naturale e sociale. Ho scoperto Antonio Vangelli negli anni cinquanta vedendo qualche piccolo dipinto suo di ponti e di circo, ed erano così luminosi e ritmici che davano un'allegrezza straordinaria quasi fossero musicali e facevano apparire bui gli altri dipinti di romani, pure assai poetici, che stavano vicino ai suoi. Sono passati quarant'anni quasi e lo stupore si è sempre rinnovato perché la luce e ritmo del mondo non sono mai venuti meno nell'immaginazione del pittore. Era un grande, vulcanico colorista e tale è restato. Sono scolorite tante idee e pulsioni di grandi sentimenti, individuali e di massa, in tutti questi anni, ma i colori di Vangelli non sono scoloriti. (...) A richiamarli oggi alla mente, quei colori avevano affinità con i ritmi lineari di Gino Rossi, che era però serale quanto Vangelli è solare e meridiano, e con quelli astratto-sociali di Turcato, altro gran colorista che non si è inaridito. Ma cosa erano, che cosa sono un ponte e un circo per Vangelli? Vale la pena di tentare di spiegarselo, anche per capire il raggismo dei ritmi luminosi dei suoi mari, delle sue nuvole simili a vascelli nel cielo, dei suoi funghi atomici che si trasformano in fiorenti alberi con i colori radianti di un moderno primardio. Il ponte assai spesso era uno di quelli verso il gassometro, una zona di Roma cara anche a un Vespignani che vi vide, però, un emblema della fatica popolana del vivere e del costo altissimo di una vita umana. Vangelli, invece, è attratto, potrei dire risucchiato, dal ponte per la misteriosa energia con la quale salta, va al di là, per la qualità gioiosa dello slancio e del trapasso. Il ponte, per Vangelli è reale ma è una metafora di un modo energico di intendere la vita e il mestiere del pittore. È a questo momento che la pittura di Vangelli trapassa dalle taches ai segni e ai fasci di segni dinamici. Le figure del circo hanno sempre esercitato una fantastica attrazione su sensi e pensieri di Vangelli. Spogliate di ogni valenza illustrativa hanno delle forme necessario e bene funzionali per esprimere la carica di energia in tensione o in azione. Primordiali, gioiose, ironiche, con una lievità quasi mozartiana azzardano gesti e passi e slanci e voli dentro uno spazio sconosciuto: potrebbero anche apparire come pitture rupestri d'una vita che ricomincia. I passi di danza, le acrobazie perfette o buffonesche, la stasi e il moto, sono tutti momenti strutturali d'una immaginazione fanciulla e d'una grande metafora di vita. Credo sia questa la strada poetica per la quale Antonio Vangelli è arrivato a trasformare un fungo atomico in un grande albero in fiore che non da terrore, anzi sembra un grembo generante il futuro. Ha fatto tanta strada Vangelli che con estrema naturalezza e con colori mai visti potrebbe dipingere la costruzione d'una stazione spaziale; perché, da lungo tempo, ha scoperto che nel salto del saltimbanco sono già l'azzardo e la fantasia che sono necessari all'astronauta per galleggiare nell'infinità del cosmo. E anche che nel saltimbanco e nell'astronauta il momento più puro e bello è quello che il piede torna a toccare terra dopo l'azzardo mentre il volo si distende in un sorriso.