la Critica

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TESTIMONIANZA PER VANGELLI

All’uscita dal buio e sanguinoso tunnel della guerra e di quel massacrante periodo che fu l'occupazione tedesca di Roma non risultò facile per un giovane pittore venire alla ribalta e presentare con speranza che fossero riconosciuti i propri documenti d'identità. Nessuno si era ancora accertato che buttandosi a corpo morto nell'indistinto "Campo dei Miracoli" della genericità neoastrattista, quello, per intenderci, dove alcuni “Gatti” e alcune “Volpi” derubarono con estrema facilità alcuni “Pinocchi” dei pochi zecchini d'oro che pur possedevano (i lettori avranno capito che alludo a una rivistina che si chiamava “Forma 1” e che gettò un comodo salvagente ai suoi seguaci incapaci di venire a riva con le proprie forze dal mare aperto della ricerca figurativa) c’era modo di conquistarsi un certo piazzamento fra Lionello Venturi e la direzione della Galleria Nazionale d'Arte Moderna. Ma del pittore Antonio Vangelli occorre dire che anche quando si profilò l'ipotesi di un simile salvataggio preferì rimanere a bordo del vascello arduamente impegnato a fare i conti con i problemi di fondo della significazione figurativa fra i marosi che da ogni parte l'aggredivano per affondarlo: lo sdolcinato tardo tonalismo di quella che era stata denominata la "Scuola Romana", il troppo facile espressionismo quasi sconfinante nella caricatura illustrativa, il neocubismo a taglio e persino con la giunta di chissà quale surrogato europeista, il ricatto dei formalisti sprovveduti di qualsiasi contenuto, il tedio della imitazione di Guttuso, il fragile e vagante postimpressionismo di chi sarebbe divenuto pochi mesi dopo cultore di geometrici rigori, ecc., ecc. Ma per restare sul vascello di cui s'è detto occorreva appunto possedere almeno l'indirizzo d'una propria inconfondibile identità pittorica e poetica, diciamo pure umana. Un po' di spina dorsale. Fra Mafai e Cagli, fra Guttuso e Leoncillo, fra Stradone e Mirko, e, tenuto conto che tuttora vivi e impegnati nella ricerca erano i pittori romani della vecchia generazione da Melli a Ferrazzi, da Trombadori a Bonghi, da Sacrate a Francalancia, collocare un sigillo figurativo significante, lo ripeto, non era facile. Vi riuscirono, fra coloro che già avevano varcato nel 1945 le soglie della prima maturità tre artisti di sicura personalità: Giovanni Omiccioli, Aldo Natili e Antonio Vangelli. Il primo veniva diritto dalla frequentazione della fantasia e della commozione di Mafai. Gli altri due dalla frequentazione del rigorismo di Roberto Melli. Due frequentazioni di impostazione tonalistica eppure così diverse e divergenti, nei loro esiti formali. Aldo Natili sarebbe anche tempo di tornare a dare testimonianza critica raccogliendo le sue antiche immagini gessose e desolate della Roma sorgente non sui colli fatali ma sui montarozzi di detriti e mondezza della imminente strage della speculazione edilizia. A Roma non c'è religione né pietà per gli artisti autentici che non hanno promosso interessi mercantili. I pubblici poteri sono al servizio di questi o di altre clientele anche nel campo dell'arte. Benvenuto, quindi, questa mostra riassuntiva dell'opera di Antonio Vangelli a questa testimonianza al suo talento. Volentieri mi associo. Antonio Vangelli piazzò i suoi colori agri e bruciati fra gli spigoli prospettici di Melli e la veduta aerea e frontale di Trombadori: dapprima ne derivò una Roma al tempo stesso minutamente favoleggiata e ridotta al suo più essenziale anonimato topografico, ponti sul fiume accesi come una fiammata da una luce all'altra o verdi d'un verde tenero, quasi grigio, tanto da rispecchiarsi nel ceruleo del cielo come capovolti (se ne potrebbe cercare un'eco in certi versi di Sandro Penna); poi la città disparve, dato che non era scenografia quella di Vangelli ma identificazione di un luogo poetico, e sulla spirale della pennellata di spessore e sapore corottiano andarono innestandosi, a mo’ di pinnacoli strigliati, maschere e ballerine raffinate fino al punto che lo spessore e il sapore della pennellata si diluirono in una sorta di ironico, filiforme recupero neodivisionista e neosecessionista. Un arco intero della pittura romana per ben due volte (in occasione del "Novecento" e in occasione della "Scuola Romana") spezzato dallo scontrarsi delle generazioni è venuto a ricomporsi nella fantasia figurativa e nella "verve" cromatica di Vangelli, sicura in modo occasionale ma tanto più artisticamente valido: da Camillo Innocenti a Mario Mafai, da Giuseppe Commetti a Giovanni Stradone. Lina sintesi davvero bizzarra e imprevedibile a considerarla senza la dovuta riflessione critica ma che in effetti non lo è se si pensa che a collegare gli estremi vi è appunto quel -filo di libera invenzione e di vocazione a sottrarre la cronaca al vuoto dell'illustrazione di cui la pittura di Antonio Vangelli è un esempio tanto di delicata commozione quanto di severe soluzioni stilistiche.