la Critica

up down

UN EPODO PER ANTONIO VANGELLI

Lasciamo alla critica operante, alla storiografia, alla filosofia, alla biografia di tracciare, con analisi e comparazioni, i momenti progressivi, il processo di formazione, il viaggio cronistorico dell'opera pittorica di Antonio Vangelli; e di descrivere una geometria (probabilmente fatta a labirinto, a dentro — e — fuori), una griglia, una sinossi dell'itinerario segnato da mezzo secolo oramai, quasi, di intensa vitalità di questa pittura. Qui vogliamo solo, e io credo per la prima volta, accelerare i tempi di accertamento dei dati, e chiarire alcune radicali interne del grande spettacolo acceso da Vangelli, del lago intimo, della chiara agitazione che la sua pittura ha evocato e quasi denudato con unghia timorosa e superba nell'animato panorama che la contiene e la modula, come un'ondata. E intravedere così, e anche supporre, come abbia la sua operazione prodotto i necessari laceri nel sipario disteso dell'invisibile, di cui il visibile si nutre, e in cui si consuma. E tentare di incidere il nucleo di quanto era promesso alla sua destinazione, la cellula generativa e incantata, svagata ed incessante della pittura, qui nei nostri territori romaneschi, nei nostri paesaggi diruti, nei nostri squinternati tempi. Intanto, per rilevare la vocalità, l'intima ed anche aggraziata congerie dei toni, l'orientamento mentale, la corentica leggera dei segnali vaganti in volute e lucori, in pendie e serpentine, in metalliche estensioni, in scatti e trasalimenti di ombre e di ombreggiature che si chiudono e schiudono in una loro «verte verve», in un brio a volte indiavolato di sensi, di tensioni, di direzioni, di impennate, e di oscure risorse del gesticolare immaginoso; che si levano in un loro «vert tige» e il loro rovescio, a fluide stesure, a sciami, a sibili, a sciabolate e sottili tonfi di tinte, a tremante fogliame di stratempi: una «verve» sempre stremata e sempre vivissima al tempo medesimo, dentro la clausora del magico quadratoide che è il quadro. Attento al muto (e anche un po' musico, proprio elegiaco) appassire della sostanza del mondo velare, sostanza esasperata del mondo visibile, larghi velami, velature, estenuazioni della materia madre, in eczemi e fioriture di maculazioni, in acute interiezioni e sussulti grammaticali privi di sistema, in riferimenti improvvisi ed inaspettati (dolci sorprese), in brevi stendardi di campiture, e lance di balenii profondi, di gibigiane e riverberi erranti, di stralunati tatuaggi, fatti con sguardo teso o sotteso, o addirittura a sguardo spento, o a sbirciata in tralice, per grumi e gomitoli di tinte senza pace, in cerca di giacitura e di confini: questa la parvenza più accessibile, l'aspetto più svelato della «techne» (tecnica è troppo poco dire; si tratta di una tecnica sorniona e contemplativa, anche di astuzia e di giocosa furberia dell'intuito coloristico, una arte, insomma) nel quadro, nell'estensione chiusa del quadro di Antonio: che vela e svela un sottosuolo agitato di fremiti e pressioni, come di felci pronte all'affioramento, a filo d'orizzonte disperso, che rivelino (qui proprio «rivelazione») il senso ed il travaglio del nascere, dell'essere risospinto, e declama (conclama per vocali e consonanti proprie del colore) le inquietudini della sua sintassi cordiale, accorata e tenera, malinconiosa ed ilare, assente e vigile al tempo stesso: quasi una passione / compassione (e comprensione di se medesima), una tentazione senza tregua e qualche po' drammatica, di acrobazia, di acropatia, un entusiasmo sofferente ed alacre (spesso anzi frettoloso, impaziente, per animosità, per generosità) di «tecnica» (ora non proprio nel senso che abbiamo detto di «techne» come è nell'etimo, ma di abilità e di frenesia insieme, di mostrare e subito nascondere, come nel gioco diabolico, diavolesco, delle tre carte) e allo stesso tempo di libertà senza più gioco, ma solo con incerenze spastiche, intoppi ed inciampi, scatti e rincorse, prendere e subito lasciare nella disposizione dei frammenti tonali, inadempienze volute, abbandoni ed urti, ed infine rigore intelligentissimo di visuale, di angolazione ottica, di strozzatura delle trasparenze, di visione precipite (verso le insorgenze interiori, di psiche), di misura e movenza immediate, rivelate con un tocco, con un richiamo, con una risposta a cenni moltiplicati e sintetici: e così ingenuità collabora con alta intelligenza (e in qualche momento perfino lottano), silenziosa e matura vigilanza sul corpo stesso dell'enigma, dell'istante misteriose, del segreto tra sensitivo e sensoriale; e sensuoso dominio del groviglio naturale in un inconscio aerato, nubilo e quasi tattile, prima dell'occulto maculato ed immacolato, prima della «tache» e del «tachisme». Vangelli, non grande inventore ma solo solenne giocoliere, ha inventato però, come interlocuzione, anche vanitosa e capricciosa, ostinata e perentoria, di fronte alla voga vanitosa del suo tempo (diciamo suo tempo tra '50 e '80), la «lumière retrouvée», come antidoto e rifiuto dell'«objet trouvé»; anzi, giocando con il suo piglio di fresco innovatore, ha inventato anche un modo speciale di luce, che potremmo definire (e ci si perdoni il gioco a calembour, perché il gioco è proprio già nel tema pittorico) la «lumière retrouvée». Egli stende, accarezza ed infine trafora la luce (a volte lacerando, a volta travalicando per sensazioni, a volte bucando di stralci): e potremmo non dimenticare che proprio la voga del suo tempo, in pittura, mette in essere la prospettiva del buco (e non è cosa di poco conto, se, con il passare del tempo ci siamo accorti che anche questa prospettiva del buco poteva essere in segreta connivenza e corrispondenza e coniugazione con concezioni cosmologiche del nostro tempo: e cominciamo di qui ad accennare una legge che io ho ritrovato, del rapporto, o contrappasso, dell'arte di ogni tempo, con le correzioni cosmologiche delle relative fasi culturali, e ritorniamo dopo a parlarne). E così il nostro pittore è uscito (oppure diciamo rimasto fuori) dal metabolismo delle tendenze e delle precipitazioni proprie di ogni contestazione e di ogni contestualità polemiche: così il nostro pittore, da fuori, è rimasto coraggiosamente presente, testimonio incorruttibile di una attualità esemplare della pittura: la necessità di penetrare senza soste nelle profondità contraddittorie, nella rissa del tempo, senza lasciarsene deformare più del consentito. E continuando allora per il suo modo, per coriandoli riverberanti di impulsi e piccole brevi rutilanti tempeste di analisi minuziosissime, di tragitti prospettici fulminanti, di scansioni coloristiche, come corredo di magia lusoria (elusoria, collusoria) e provocatoria (e, qui, negativamente, è da registrare trasgressioni di tensione ed adattamenti troppo docili, quando il pittore ruba e congela i sensi della luce in sinistri gonfiori o in escandescenze improprie o addirittura in esplosioni di ori fittizi, di paillettes, di colorami propri di panorami dispersivi, eiettorii), per articolate e dolci intenzioni di pathos e di musive serene ricreazioni; egli opera strappi nel tessuto e nell'intrigo degli spazi indovinati genialmente, con sapienza metodica coordinati in superbe metafore, delle estensioni pulviscolari, ora in riduzione ai minimi visuali, alle minissime particelle, ora in esasperazioni organiche, da sottili incantamenti fino a iracondie accigliate, dalla più fine pacatezza alla irruenza scaltra e repressa nel gesticolare. Qui siamo ora a ricapitolare l'intero processo della grande parabola temporale della pittura di Vangelli in permanente escogitazione, in illuminata, trepida, ingegnosa coscienza della superiore trama che regge i destini (e i confini) medesimi della testimonianza cui la pittura è convocata tra l'iperbole e la figurazione pacata, a volte irrisoria con simpatia, a volte meditabonda: in infinito ed inquieto variare, e divagare sereno alla ricerca di un istante paradossale Vangelli elabora la sua maestosa coerenza di acrobata, la sua coesione recitativa, la sua incessante urgenza di poesia e di poetica: fatta di respiri sottesi, di luci (luminescenze) cariche di livelli e di intacchi di riverberazioni e raggianti campiture, di facimenti e di sfacimenti premurosi, svelti, assurdi, di scomposizioni e riattamenti, spezzature e distribuzioni parentetiche, in acrostici concitati ed a volte sorprendenti per perfezione e chiarezza, in motivazioni e scambi dal profondo, in serialità ed in frasari che argomenta ed applaudono una ragione specialissima di creatività, animata appunto in «ludus» ed in suggestione di risvegli ombreggiati tinteggiati velati colorati, di un colore squisitamente esaudito e confrontato con l'invenzione astrale, con una delirata e trasognata finezza parnassiana oppure alessandrina (certi suoi quadri io avevo paragonato a brani di Antologia Palatina, a Leonida Tarantino, per esempio) in relitti, e reliquari piccoli, di magmatici grumi cancellati e di trasparenze perfino felici. Egli inventa, quadro per quadro, in fila, serie per serie (ed è un'opera ormai estesissima, se volessimo appunto infilarla, disporla in alignée) i suoi stratagemmi, le sue matrici in qualche senso iniziatiche, le sue crisi di sogno e di ipnosi, ai suoi silenzi intercettati, le sue prede docili, anche le sue, come abbiamo detto, trasgressioni con tenerezza, senza eccessi, come una innocenza continuamente interrotta e continuamente ricominciata, in un itinerario simbolico verso il supremo apologo del colore, che è il segreto l'urna occulta e primordiale del mondo, del cosmo. E sono note, a noi specialmente suoi amici- di strada e di notte e di tavola, i suoi irrefrenabili giocosi animosi conversari di Vangelli sulla struttura cosmologia geometrico-eliocentrico e nel febbrile desiderio di coronare ed ornare la mente con pure fioriture dell'immaginario: una favola incandescente, la cosmologia urbana di Antonio, comprensibile e irrefutabile, serena ed aperta all'approdo di concettuazioni iniziative ben più enigmatiche e di impervie geometrie salienti e discendenti. (È qui, come detto, nella speciale movenza, o proprio mozione/nozione di Vangelli, da ritrovare un documento esplicito, una pezza d'appoggio ritmata, di quella considerazione generale, non diciamo storica, ma di connivenza sostanziale, secondo cui ogni arte è in contatto sempre, come incentivo dell'essere e della visione e dell'operare, con la concezione cosmologica che è propria del suo tempo, come se l'artista fosse simile e parente: e si può dire che la linea cosmologica dello spirito della pittura è la più stabile nella sua efficacia, e la più mobile nelle sue apparenze percepite, come elemento incorruttibile vivente). E cosmologica forse si potrebbe definire, nel suo quadro, in quelli specialmente più deaspirati (non ispirati, secondo vecchia concezione mitico-religiosa; ma proprio assorbiti per inspirazione dalle arie pregnanti) lo sterminato sapore (anche sopore) di una freschezza di una vacanza sorgiva, di una folta ambiguità, di una bella disobbedienza ironica e caricata di casuali e straniate (stranite, anche) innovazioni gergali, di una folgorazione pure casuale o intempestiva, di artifici deliziosi deliziati e belli proprio perché anche intemperanti che si fanno spesso molto vicini a suoni striduli (colori stupendi, colori vicini al colore della voce separata, della voce che si spezza in vocali ed in consonanti, e in altri elementi tonali che è difficile descrivere, ma che si sentono), di equilibri catatonici (carichi pendenti e carichi indipendenti) capaci di reggere tutto un nuovo scenario cosmico, contemplato in verticale furibonda esplosione nel chiuso dei margini di piccola geometria: operazione e modello, sempre, come si diceva in passato, magistrale, maestro, maestro nel rendere pacata ed insieme severissima, rigorosa, semplice ed acuta, la compagine sconnessa, stemperata, del visibile, del Mondo Visibile, e la sua semplice primordiale furtiva musività (pensosità, curiosità, castità). Ora noi abbiamo sentito come tutta la sua opera pittorica, attesta, verifica ed identifica, a frammenti e sussulti, a provocazioni e ironie (abbiamo già detto ironia, ma appunto ironia è maschera multifacciale, poliedrica, mutevole e spesso inafferrabile, per lo più) a scorci ed evocazioni, la parziale fabula, favola (fabafabella, favola favilla) della sua cosmogonia, semplice non irreprensibile somma di paradossali enunciati, comunicazione inamovibile, limbo da costruire con faticosa ma dolcissima anima di pittura, in essenza di intelletto, in forma di memoria del futuro groviglio di anima e corpo, di occhio e di sguardo, in impossibile umore ed amore di logica genuina, ficcante, ammiccante, e che lucidamente muta con il mutare maniacale dell'esperienza pittorica, in tratteggio ed in stesura, in compitura e in spuntiratura, con il trasformarsi, quasi transustanziarsi del mero colore in pura attesa di apparizione, del sublime progetto in irriverente fìdeismo o addirittura in mistica aberrata fede (fides, fiducia, fedeltà). È dunque: alacre, svelta, allegra, impennata poetica di aspetto cosmogonico, che io ho avuto, come moli altri comuni amici, la fortuna di udire a lungo, ripetutamente, casualmente, in esposizioni dilettevoli, o accesissime come diatribe antiche, per lungi passeggi romani, dalla viva e seriosa voce di Antonio; e che io ora trattengo come forte e fortuita epopea del quasi-senso, o addirittura del non-senso, come una sensazione che non si chiude; che io ho ascoltato sempre, intervallando domande e asserzioni convenevoli, ma che non so ripetere o ridisegnare, proprio perché ha, come forma o formulazione assiomatica, la sua irripetibilità, la sua estrosa e piacevole irriducibilità a un semplice congegno verbale, a un lemma o a un racconto, a un artificio narrativo o semplicemente espositivo. Ed è un fatto del tutto speciale. Qualche volta dentro di me, rinchiuso in ripensamenti, e ricordi (gli alberi di Giuda del Cola di Rienzo, o le rovine repubblicane dell'Argentina, o la conca del Pantheon; luoghi delle ripetizioni e degli incontri, come sul viale di Trastevere) ho tentato di pensare e di credere che questo mondo (o «universo» congegnato in geometrie dolcemente infantili) questo versatile cosmo messo a repentaglio e a frutto di impegno immaginoso, abbia appunto come reintegrato senso quello di non avere alcun senso. Ma poi, infine, penso che forse non questa è la verità: e invece che il mondo non è che una superstizione maggiore, una improbabilità definitiva, e consolatoria, e placante; come abbiamo detto, sia un gioco (come nei colori stessi di Vangelli) tra apparizione e sparizione, in chiasmo; e il pittore Vangelli sia il corpo totemizzato in transito (tiemo totem/totum/transeuntem!), che ascolta e percepisce, afferra e colpisce il momento che rifluisce, e tocca il mondo in corsa, e lo genera dal punto e attimo medesimo in cui si fa, o a farsi tende, colore, e il colore si fa acqua di vertigine trepidante e di memoria lusiva, di onda in ombra, di atto in idea (prima l'atto di pittura, poi la pittura idea), di felice indivinamento, e insieme giocattolo sessuato, di ritmo celibe esaltante leggi confuse e seduzioni di aleatorietà, norme inconcluse, di ritmo come strumento e numero provocato dentro lo scenario, crivellato intaccato scarificato (proprio la carne dello scenario incarnato), nella concatenazione e fuga delle brezze dei venti della raffica, nel vuoto luminoso, appena rabberciato da stenogrammi iridiscenti (qualche pennellata caviliosa, o raschiante, o radiosa; o piatte — bande e aiole di giardinaggi in fiamme, in accensioni pure, in intonaci pletorici, in macule a tuffo), nella ricerca e nella convinzione della irrimediabilità del nascere (del nascere colore, in pittogrammi ansiosi, gelosi): e il pittore, ironico immediato immedesimato estensore di paesaggi di acque incendiate, di strisciarne volante, di prova e fertilità oculari, di involucri feticci, di piccoli istanti di orrori, di sbalordimenti, di ripugnanze, di luminarie calme e di sguardi incrociati (grovigliati), di reliquie mentali perdute in dissolvenze di natura ombrosa ed in schiamazzi tonali; se tutto ciò è quello che noi, guardando a lungo e velocemente negli anni i suoi quadri (i suoi sguardi, risguardi, riguardi) dobbiamo intendere, su consiglio del pittore, come «Natura»; e «Natura» sia appunto questo marchio — madre del nostro poetico raggiro/capogiro, la nostra colorita sindrome nichilista, specialmente in alcuni di quei suoi quadri profondi ed intuiti, in cui sembra che il nostro maestro commisura (e insieme commiseri) la luce sonnambula che è dispersa negli involucri del desiderio maggiore in deriva (come la luce di Vangelli sotto i suoi «ponti» in bilico a misura, percossi dalle correnti; o dentro le chiome scaruffate di certi suoi «platani» o alberi in preda di follia ed in musica di passeri o nugoli migranti). Ciò «Natura» come mentalità e stupore, come pittura, che è ricognizione e vigilanza del mondo, nella sua sintassi di luce e materia coniugata. In questo schema, Antonio Vangelli, pittore prezioso, ha disteso il suo frasario. Colori tracciati come divergenti simboli di mondi diversi, o di mondi perduti, «diversi universi». Colore come collisione, e collusione, tra anima e simbolo, tra segnale e proiezione; là dove si immergono ed emergono, in vibrata otticità, minuscoli plessi caotici di colorami di sale, sgargianti e scrosciati, o corone lampanti di glicini o di uvature (e potremmo ripetere a memoria, in mente, con diletto, tutti i suoi quadri come litanie allegre, e i suoi sfranti cristalli di coloritura come giaculatorie, a gridi e sussurri); le sue impronte di lacche, i suoi violacei, i violasalvia, i blu ortensia, le toppe revulsive e intervalli di plasmi, garanze satiresche, impasti acidi di paonazzi, scialbori di rosa serale, premiti e sfoci di effusioni vinacce, di ciclamino sgomento, cascate magmatiche di memorie floreali svarianti, epidermidi deflessive di intonazioni un po' indecise, un po' misteriose di arie, e soffi cinerei di impenetrabili nuvolami, erogazioni novilunari, sollevazioni e trazioni di spessori sofisticati ma emozionanti, rigenerazioni di «terre» e di ocre, candori velari, candori glaciali; intere strofe silenziose di patine verdi (quanti verdi), e turgide modificazioni di lave e sirene di strisce cromatose (anche cromatiche), tra sommovimenti di segni scritti proscritti, e di pure invenzioni tonali, compiture senza margini: con questi strumenti di dicitura creativa Vangelli cerca, umilissimo viandante di cieco amore, vigilante dell'estro e della spontaneità, custode sereno di uno spazio pittorico sognato in tralice, di un settore acceso di universo labile. Vangelli pittore, e pittore come spirito mercuriale, oscillante come colloide, intrattenibile in circoli convenuti, come spirito folletto.